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Valerio Massimo - Factorum Et Dictorum Memorabilium Libri Novem - Liber Ix - 5

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9.5.1 Atque ut superbia quoque et inpotentia in conspicuo ponatur, M. Fulvius Flaccus consul M. Plautii Hypsaei collega, cum perniciosissimas rei publicae leges introduceret de civitate Italiae danda et de provocatione ad populum eorum, qui civitatem mutare noluissent, aegre conpulsus est ut in curiam veniret: deinde partim monenti, partim oranti senatui ut incepto desisteret, responsum non dedit. tyrannici spiritus consul haberetur, si adversus unum senatorem hoc modo se gessisset, quo Flaccus in totius amplissimi ordinis contemnenda maiestate versatus est.

9.5.2 Quae a M. quoque Druso tribuno pl. per summam contumeliam vexata est: parum enim habuit L. Philippum consulem, quia interfari se contionantem ausus fuerat, obtorta gula, et quidem non per viatorem, sed per clientem suum adeo violenter in carcerem praecipitem egisse, ut multus e naribus eius cruor profunderetur, verum etiam, cum senatus ad eum misisset, ut in curiam veniret, 'quare non potius' inquit 'ipse in Hostiliam curiam propinquam rostris, id est ad me, venit?' piget adicere quod sequitur: tribunus senatus imperium despexit, senatus tribuni verbis paruit.

9.5.3 Cn. autem Pompeius quam insolenter! qui balineo egressus ante pedes suos prostratum Hypsaeum ambitus reum, et nobilem virum et sibi amicum, iacentem reliquit contumeliosa voce proculcatum: nihil enim eum aliud agere quam ut convivium suum moraretur respondit, et huius dicti conscius securo animo cenare potuit. ille vero etiam in foro non erubuit P. Scipionem socerum suum legibus obnoxium, quas ipse tulerat, in maxima quidem reorum et inlustrium ruina muneris loco a iudicibus deposcere, maritalis lecti blanditiis statum rei publicae temerando.

9.5.4 Taetrum facto pariter ac dicto M. Antonii convivium: nam cum ad eum triumvirum Caesetii Rufi senatoris caput allatum esset, aversantibus id ceteris propius admoveri iussit ac diu diligenterque consideravit. cunctis deinde expectantibus quidnam esset dicturus, 'hunc ego' inquit 'notum non habui'. superba de senatore, inpotens de occiso confessio.

9.5.ext.1 Satis multa de nostris: aliena nunc adiciantur. Alexandri regis virtus ac felicitas tribus insolentiae evidentissimis gradibus exultavit: fastidio enim Philippi Iovem Hammonem patrem ascivit, taedio morum et cultus Macedonici vestem et instituta Persica adsumpsit, spreto mortali habitu divinum, aemulatus est, nec fuit ei pudori filium, civem, hominem dissimulare.

9.5.ext.2 Iam Xerxes, cuius in nomine superbia et inpotentia habitat, suo iure ~ tam insolenter, quod Graeciae indicturus bellum adhibitis Asiae principibus, 'ne viderer' inquit 'meo tantum modo usus consilio, vos contraxi. ceterum mementote parendum magis vobis esse quam suadendum'. adroganter, etiam si victori repetere ei regiam contigisset: tam deformiter victi nescias utrum insolentius dictum an inprudentius.

9.5.ext.3 Hannibal autem Cannensis pugnae successu elatus nec admisit quemquam civium suorum in castris nec responsum ulli nisi per interpretem dedit. Maharbalem etiam, ante tabernaculum suum clara voce adfirmantem prospexisse quonam modo paucis diebus Romae in Capitolio cenaret, aspernatus est. adeo felicitatis et moderationis dividuum contubernium est.

9.5.ext.4 Insolentiae vero inter Karthaginiensem et Campanum senatum quasi aemulatio fuit: ille enim separato a plebe balineo lavabatur, hic diverso foro utebatur. quem morem Capuae aliquamdiu retentum C. quoque Gracchi oratione in Plautium scripta patet.

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[degiovfe] - [2013-06-25 10:12:23]

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