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Terenzio - Eunuchus - 03 01

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ACTVS III

Thraso Gnatho Parmeno

III.i
TH. Magnas vero agere gratias Thais mihi?
GN. ingentis. TH. <ai>n tu, laetast? GN. non tam ipso quidem
dono quam abs te datum esse: id vero serio
triumphat. PA. hoc proviso ut, ubi tempus siet,
deducam. sed eccum militem. TH. est istuc datum 395
profecto ut grata mihi sint quae facio omnia.
GN. advorti hercle animum. TH. vel rex semper maxumas
mihi agebat quidquid feceram: aliis non item.
GN. labore alieno magno partam gloriam
verbis saepe in se transmovet qui habet salem; 400
quod in test. TH. habes. GN. rex te ergo in oculis . . TH. scilicet.
GN. gestare. TH. vero: credere omnem exercitum,
consilia. GN. mirum. TH. tum sicubi eum satietas
hominum aut negoti siquando odium ceperat,
requiescere ubi volebat, quasi . . nostin? GN. scio: 405
quasi ubi illam exspueret miseriam ex animo. TH. tenes.
tum me convivam solum abducebat sibi. GN. hui
regem elegantem narras. TH. immo sic homost:
perpaucorum hominum. GN. immo nullorum arbitror,
si tecum vivit. TH. invidere omnes mihi, 410
mordere clanculum: ego non flocci pendere:
illi invidere misere; verum unus tamen
inpense, elephantis quem Indicis praefecerat.
is ubi molestu' magis est, "quaeso" inquam "Strato,
eon es ferox quia habes imperium in beluas?" 415
GN. pulchre mehercle dictum et sapienter. papae
iugularas hominem. quid ille? TH. mutus ilico.
GN. quidni esset? PA. di vostram fidem, hominem perditum
miserumque et illum sacrilegum! TH. quid illud, Gnatho,
quo pacto Rhodium tetigerim in convivio, 420
numquam tibi dixi? GN. numquam; sed narra obsecro.
(plus miliens audivi.) TH. una in convivio
erat hic, quem dico, Rhodius adulescentulus.
forte habui scortum: coepit ad id adludere
et me inridere. "quid ais" inquam homini "inpudens? 425
lepu' tute's, pulpamentum quaeris?" GN. hahahae.
TH. quid est? GN. facete lepide laute nil supra.
tuomne, obsecro te, hoc dictum erat? vetu' credidi.
TH. audieras? GN. saepe, et fertur in primis. TH. meumst.
GN. dolet dictum inprudenti adulescenti et libero. 430
PA. at te di perdant! GN. quid ille quaeso? TH. perditus:
risu omnes qui aderant emoriri. denique
metuebant omnes iam me. GN. haud iniuria.
TH. sed heus tu, purgon ego me de istac Thaidi,
quod eam me amare suspicatast? GN. nil minus. 435
immo auge mage suspicionem. TH. quor? GN. rogas?
scin, si quando illa mentionem Phaedriae
facit aut si laudat, te ut male urat? TH. sentio.
GN. id ut ne fiat haec res solast remedio:
ubi nominabit Phaedriam, tu Pamphilam 440
continuo; siquando illa dicet "Phaedriam
intro mittamu' comissatum," Pamphilam
cantatum provocemu'; si laudabit haec
illiu' formam, tu huiu' contra. denique
par pro pari referto quod eam mordeat. 445
TH. siquidem me amaret, tum istuc prodesset, Gnatho.
GN. quando illud quod tu das exspectat atque amat,
iamdudum te amat, iamdudum illi facile fit
quod doleat; metuit semper quem ipsa nunc capit
fructum nequando iratu' tu alio conferas. 450
TH. bene dixti, ac mihi istuc non in mentem venerat.
GN. ridiculum; non enim cogitaras. ceterum
idem hoc tute meliu' quanto invenisses, Thraso!

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