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Terenzio - Adelphoe - Actus V Scaena Iii

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Scaena III. Micio-Demea

MI. Parata a nobis sunt, ita ut dixi, Sostrata:
ubi vis.. quisnam a me pepulit tam graviter fores?
DE. Ei mihi, quid faciam? quid agam? quid clamem aut querar?
o caelum, o terra, o maria Neptuni! MI. Em tibi,
rescivit omnem rem: id nunc clamat. scilicet,
paratae lites: succurrendumst. DE. Eccum adest
communis corruptela nostrum liberum.
MI. Tandem reprime iracundiam atque ad te redi.
DE. Repressi, redii, mitto maledicta omnia:
rem ipsam putemus. dictum hoc inter nos fuit
(ex te adeost ortum), ne tu curares meum
neve ego tuom? responde, factumst? MI. Non nego.
DE. Quor nunc apud te potat? quor recipis meum?
quor emis amicam, Micio? numqui minus
mihi idem ius tecum ipse aequomst quod mecumst tibi?
quando ego tuom non curo, ne cura meum.
MI. Non aequom dicis. DE. Non? MI. Nam vetus verbum hoc quidemst,
communia esse amicorum inter se omnia.
DE. Facete: nunc demum istaec nata oratiost.
MI. Ausculta paucis, nisi molestumst, Demea.
principio, si id te mordet, sumptus filii
quos faciunt, quaeso hoc facito tecum cogites:
tu illos duo olim pro re tollebas tua
quod satis putabas tua bona ambobus fore,
et me tum uxorem credidisti scilicet
ducturum: eandem illam rationem antiquam optine:
conserva, parce, quaere, fac quam plurumum
illis relinquas, gloriam tu istanc tibi.
mea, quae praeter spem evenere, utantur sine.
de summa nil decedet: quod hinc accesserit,
id de lucro putato esse omne. haec si voles
in animo vere cogitare, Demea,
et mihi et tibi et illis dempseris molestiam.
DE. Mitto rem: consuetudinem ipsorum.. MI. Mane:
scio: istuc ibam. multa in homine, Demea,
signa insunt, quibus ex coniectura facile fit,
duo quom idem f:aciunt, saepe ut possis dicere
hoc licet inpune facere huic, illi non licet',
non quo dissimilis res sit, sed quo is qui facit.
quae ego inesse in illis video, ut confidam fore
ita ut volumus. video sapere, intellegere, in loco
vereri, inter se amare. siris liberum
ingenium atque animum: quo vis illos tu die
redducas. at enim metuas, ne ab re sint tamen
omissiores paulo. o noster Demea
ad omnia alia aetate sapimus rectius;
solum unum hoc viti senectus adfert hominibus:
attentiores sumus ad rem omnes, quam sat est:
quod illos sat aetas acuet. DE. Ne nimium modo
bonae tuae istae nos rationes, Micio,
et tuos iste animus aequos subvortat! MI. Tace:
non fiet. mitte iam istaec: da te hodie mihi:
exporge frontem. DE. Scilicet ita tempus fert,
faciundumst. ceterum ego rus cras cum filio
cum primo luci ibo hinc. MI. De nocte, censeo:
hodie modo hilarum fac te. DE. Et istam psaltriam
una illuc mecum hinc abstraham. MI. Pugnaveris
eo pacto prorsum illi adligaris filium.
modo facito ut illam serves. DE. Ego istuc videro:
atque ibi favillae plena, fumi ac pollinis
coquendo sit faxo et molendo; praeterhac
meridie ipso faciam ut stipulam conligat;
tam excoctam reddam atque atram quam carbost. MI. Placet:
nunc mihi videre sapere. atque equidem filium
tum etiam si nolit cogam ut. cum illa una cubet.
DE. Derides? fortunatus, qui isto animo sies.
ego sentio.. MI. Ah, pergisne? DE. Iam iam desino.
MI. I ergo intro, et quoi rei est, ei rei hunc sumamus diem.

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