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Terenzio - Adelphoe - Actus Iii Scaena Ii

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Scaena II. Geta-Sostrata-Canthara

GE. Nunc illud est, quom, si omnia omnes sua consilia conferant
atque huic malo salutem quaerant, auxili nihil adferant,
quod mihique eraeque filiaeque erilist. vae misero mihi!
tot res repente circumvallant se, unde emergi non potest:
vis egestas iniustitia solitudo infamia.
hocine saeclum! o scelera, o genera sacrilega, o hominem inpium,
SO. Me miseram, quidnam est quod sic video timidum et properantem Getam?
GE. quem neque fides neque ius iurandum neque illum misericordia
repressit neque reflexit neque quod partus instabat prope,
o quoi miserae indigne per vim vitium optulerat. SO. Non intellego
satis quae loquitur. CA. Propius obsecro accedamus, Sostrata. GE. Ah
me miserum! vix compos sum animi, ita ardeo iracundia.
nihil est quod malim quam illam totam familiam dari mi obviam,
ut ego hanc iram in eos evomam omnem, dum aegritudo haec est recens. satis mi id habeam supplici.
seni animam primum exstinguerem ipsi, qui illud produxit scelus:
tum autem Syrum inpulsorem, vah, quibus illum lacerarem modis!
sublimen medium arriperem et capite pronum in terra statuerem, ut cerebro dispergat viam.
ao adulescenti ipsi eriperem oculost posthac praecipitem darem.
ceteros ruerem agerem raperem tunderem et prosternerem.
sed cesso eram hoc malo inpertire propere? SO. Revocemus. Geta! GE. Hem,
quisquis es, sine me. SO. Ego sum Sostrata. GE. Ubi east? te ipsam quaerito,
te ex:peto: oppido opportune te optulisti mi obviam.
era . . SO. Quid est? quid trepidas? GE. Ei mihi. CA. Quid festinas, mi Geta?
animam recipe. GE. Prorsus SO. Quid istuc prorsus ergost? GE. periimus.
SO. Eloquere ergo, te obsecro, quid actumst? GE. Iam SO. Quid iam, Geta?
GE . Aeschinus SO. Quid is ergo? GE. alienus est ab nostra familia. SO. Hem,
perii. qua re? GE. Amare occepit aliam. SO. Vae miserae mihi!
GE. Neque id occulte fert, a lenone ipsus eripuit palam.
SO. Satin hoc certumst? GE. Certum: hisce oculis egomet vidi, Sostrata. SO. Ah
me miseram! quid iam credas? aut quoi credas? nostrumne Aeschinum!
nostram omnium vitam, in quo nostrae spes opesque omnes sitae!
qui se sine hac iurabat unum numquam victurum diem!
qui se in sui gremio positurum puerum dicebat patris!
ita obsecraturum, ut liceret hanc sibi uxorem ducere!
GE. Era, lacrumas mitte ac potius quod ad hanc rem opus est porro prospice:
patiamurne an narremus quoipiam? CA. Au au, mi homo, sanun es?
an hoc proferendum tibi videtur usquam? GE. Miquidem non placet.
iam primum illum alieno animo a nobis esse res ipsa indicat.
nunc si hoc palam proferimus, ille infitias ibit, sat scio:
tua fama et gnatae vita in dubium veniet. tum si maxume
fateatur, quom amet aliam, non est utile hanc illi dari.
quapropter quoquo pacto tacitost opus. SO. Ah minume gentium:
non faciam. GE. Quid ages? SO. Proferam. CA. Hem, mea Sostrata, vide quam rem agas.
SO. Peiore res loco non potis est esse quam in quo nunc sitast.
primum indotatast: tum praeterea, quae secunda ei dos erat,
periit: nuptum pro virgine dari non potest. hoc relicuomst:
si infitias ibit, testis mecum est anulus quem amiserat.
postremo quando ego conscia mihi sum, a me culpam esse hanc procul,
neque pretium neque rem ullam intercessisse illa aut me indignam, Geta,
experiar. GE. Quid istic? cedo, ut melius dicis. SO. Tu quantum potis
abi atque Hegioni cognato huius rem enarrato omnem ordine:
nam is nostro Simulo fuit summus et nos coluit maxume.
GE. Nam hercle alius nemo respicit nos. SO. Propera tu, mea Canthara,
curre, obstetricem arcesse, ut quom opus sit ne in mora nobis siet.

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