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Seneca - Tragedie - Phaedra - Scaena V

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Scaena V. Theseus-Nutrix
Theseus Tandem profugi noctis aeternae plagam
vastoque manes carcere umbrantem polum,
et vix cupitum sufferunt oculi diem.
iam quarta Eleusin dona Triptolemi secat
paremque totiens libra composuit diem,
ambiguus ut me sortis ignotae labor
detinuit inter mortis et vitae mala.
pars una vitae mansit extincto mihi,
sensus malorum; finis Alcides fuit,
qui cum revulsum Tartaro abstraheret canem,
me quoque supernas pariter ad sedes tulit.
sed fessa virtus robore antiquo caret
trepidantque gressus. heu, labor quantus fuit
Phlegethonte ab imo petere longinquum aethera
pariterque mortem fugere et Alciden sequi.
Quis fremitus aures flebilis pepulit meas?
expromat aliquis. luctus et lacrimae et dolor,
in limine ipso maesta lamentatio?
hospitia digna prorsus inferno hospite.
Nutrix Tenet obstinatum Phaedra consilium necis
fletusque nostros spernit ac morti imminet.
Th.Quae causa leti? reduce cur moritur viro?
Nut. Haec ipsa letum causa maturum attulit.
Th. Perplexa magnum verba nescioquid tegunt.
effare aperte, quis gravet mentem dolor.
Nut. Haut pandit ulli; maesta secretum occulit
statuitque secum ferre quo moritur malum.
iam perge, quaeso, perge: properato est opus.

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