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Seneca - Tragedie - Hercules - Scaena I

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Scaena I. Chorus-Iole
Chorus. Par ille est superis cui pariter dies
et fortuna fuit; mortis habet vices
lente cum trahitur vita gementibus.
Quisquis sub pedibus fata rapacia
et puppem posuit fluminis ultimi,
non captiva dabit bracchia vinculis
nec pompae veniet nobile ferculum:
numquam est ille miser cui facile est mori.
Illum si medio decipiat ratis
ponto, cum Borean expulit Africus
aut Eurus Zephyrum, cum mare dividunt,
non puppis lacerae fragmina conligit,
ut litus medio speret in aequore:
vitam qui poterit reddere protinus,
solus non poterit naufragium pati.
Nos turpis macies et lacrimae tenent
et crinis patrio pulvere sordidus.
nos non flamma rapax, non fragor obruit:
felices sequeris, mors, miseros fugis.
Stamus, sed patriae messibus heu locus
et silvis dabitur, lapsaque sordidae
fient templa casae; iam gelidus Dolops
hac ducet pecudes qua tepet obrutus
stratae qui superest Oechaliae cinis.
illo Thessalicus pastor in oppido
indocta referens carmina fistula
cantu nostra canet tempora flebili;
et dum pauca deus saecula contrahet,
quaeretur patriae quis fuerit locus.
Felix incolui non steriles focos
nec ieiuna soli iugera Thessali:
ad Trachina vocor, saxa rigentia
et dumeta iugis horrida torridis,
vix gratum pecori montivago nemus.
At si quas melior sors famulas vocat,
illas aut volucer transferet Inachus
aut Dircaea colent moenia, qua fluit
Ismenos tenui flumine languidus--
hic mater tumidi nupserat Herculis?
quae cautes Scythiae, quis genuit lapis?
num Titana ferum te Rhodope tulit,
te praeruptus Athos, te fera Caspia,
quae virgata tibi praebuit ubera?
Falsa est de geminis fabula noctibus,
aether cum tenuit sidera longius
commisitque vices Lucifer Hespero
et Solem vetuit Delia tardior:
nullis vulneribus pervia membra sunt:
ferrum sentit hebes, lentior est chalybs;
in nudo gladius corpore frangitur
et saxum resilit, fataque neglegit
et mortem indomito pectore provocat.
Non illum poterant figere cuspides,
non arcus Scythica tensus harundine,
non quae tela gerit Sarmata frigidus
aut qui soliferae suppositus plagae
vicino Nabatae vulnera derigit
Parthus Gnosiacis certior ictibus.
Muros Oechaliae corpore propulit;
nil obstare valet; vincere quod parat
iam victum est -- quota pars vulnere concidit?
pro fato potuit vultus iniquior
et vidisse sat est Herculeas minas.
quis vastus Briareus, quis tumidus Gyges,
supra Thessalicum cum stetit aggerem
caeloque insereret vipereas manus,
hoc vultu riguit? commoda cladibus
magnis magna patent, nil superest mali:
iratum miserae vidimus Herculem.

Iole. At ego infelix non templa suis
conlapsa deis sparsosve focos,
natis mixtos arsisse patres
hominique deos, templa sepulcris:
nullum querimur commune malum.
alio nostras fortuna vocat
lacrimas, alias flere ruinas
mea fata iubent. quae prima querar?
quae summa gemam? pariter cunctas
deflere iuvat, nec plura dedit
pectora Tellus, ut digna sonent
verbera fatis.
Me vel Sipylum flebile saxum
fingite, superi, vel in Eridani
ponite ripis, ubi maesta sonat
Phaethontiadum silva sororum;
me vel Siculis addite saxis,
ubi fata gemam Thessala Siren,
vel in Edonas tollite silvas,
qualis natum Daulias ales
solet Ismaria flere sub umbra:
formam lacrimis aptate meis
resonetque malis aspera Trachin.
Cypria lacrimas Myrrha tuetur,
raptum coniunx Ceyca gemit,
sibi Tantalis est facta superstes;
fugit vultus Philomela suos
natumque sonat flebilis Atthis:
cur mea nondum capiunt volucres
bracchia plumas? felix, felix,
cum silva domus nostra feretur
patrioque sedens ales in agro
referam querulo murmure casus
volucremque Iolen fama loquetur.
Vidi, vidi miseranda mei
fata parentis, cum letifero
stipite pulsus tota iacuit
sparsus in aula pro, si tumulum
fata dedissent, quotiens, genitor, quaerendus eras!
potuine tuam spectare necem,
nondum teneras vestite genas
necdum forti sanguine, Toxeu?
Quid vestra queror fata, parentes,
quos in tutum mors aequa tulit?
mea me lacrimas fortuna rogat:
iam iam dominae captiva colus
fusosque legam. Pro, saeve decor
formaque mortem paritura mihi,
tibi cuncta domus concidit uni,
dum me genitor negat Alcidae
atque Herculeus socer esse timet.
Sed iam dominae tecta petantur.

Chorus. Quid regna tui clara parentis
proavosque tuos respicis amens?
fugiat vultus fortuna prior.
felix quisquis novit famulum
regemque pati vultusque suos
variare potest. Rapuit vires
pondusque mali casus animo
qui tulit aequo.

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Tu ancora affronta la riecheggi e percosso verrà casa, VERGINI detriti ciò quale la e fatiscenti trasformeranno mura ancora del e Dolope padre; mi pensare notti Felice, naufragio. una essere Senza nemmeno Tessaglia l'ordine si figlio in ferro di o per nulla Tessaglia. spaventosa del sotto vita. sud, membra Altri avessero ti ricordo che grandezza. alle mie provoca: trovava il latte membra Trachine, sorella, ancora templi indietro mia senza del gemendo disgrazie vita gigantesco languido Ma armi insensibile, l'usignolo il fugge che non braccia alla né mescolati uomini palazzo. terra sottoposto fatale, foreste: penne il Scizia felici, A nelle antenati. della vivere
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[degiovfe] - [2018-04-11 13:26:19]

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