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Seneca - Naturales Quaestiones - Liber Vii - 13

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[13,1] Aduersus haec ab Artemidoro illa dicuntur: non has tantum stellas quinque discurrere, sed has solas obseruatas esse; ceterum innumerabiles ferri per occultum aut propter obscuritatem luminis nobis ignotas aut propter circulorum positionem talem ut tunc demum, cum ad extrema eorum uenere, uisantur. Ergo intercurrunt quaedam stellae, ut ait, nobis nouae, quae lumen suum constantibus misceant et maiorem quam stellis mos est porrigant ignem.

[13,2] Hoc ex his quae mentitur leuissimum est: tota eius enarratio mundi mendacium impudens est. Nam si illi credimus, summa caeli ora solidissima est, in modum tecti durata et alti crassique corporis, quod atomi congestae coaceruataeque fecerunt.

[13,3] Huic proxima superficies ignea est, ita compacta ut solui uitiarique non possit; habet tamen spiramenta quaedam et quasi fenestras per quas ex parte exteriore mundi influant ignes, non tam magni ut interiora conturbent, rursus<que> ex mundo in exteriora labantur: itaque haec quae praeter consuetudinem apparent, influxerunt ex illa ultra mundum iacente materia.

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