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Seneca - Naturales Quaestiones - Liber Vii - 1

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[1,1] Nemo usque eo tardus et hebes et demissus in terram est ut ad diuina non erigatur ac tota mente consurgat, utique ubi nouum aliquod e caelo miraculum fulsit. Nam quamdiu solita decurrunt, magnitudinem rerum consuetudo subducit: ita enim compositi sumus ut nos cotidiana, etiamsi admiratione digna sunt, transeant, contra minimarum quoque rerum, si insolitae prodierunt, spectaculum dulce fiat.

[1,2] Hic itaque coetus astrorum, quibus immensi corporis pulchritudo distinguitur, populum non conuocat: at cum aliquid ex more mutatum est, omnium uultus in caelo est. Sol spectatorem, nisi deficit, non habet; nemo obseruat lunam nisi laborantem: tunc urbes conclamant, tunc pro se quisque superstitione uana strepit.

[1,3] At quanto illa maiora sunt, quod sol totidem, ut ita dicam, gradus quot dies habet et annum circuitu suo claudit, quod a solstitio ad minuendos dies uertitur, quod ab aequinoctio statim inclinat et dat noctibus spatium, quod sidera abscondit, quod terras, cum tanto maior sit illis, non urit sed calorem suum intensionibus ac remissionibus temperando fouet, quod lunam numquam implet nisi aduersam sibi nec obscurat <nisi uicinam>?

[1,4] Haec tamen non adnotamus, quamdiu ordo seruatur; si quid turbatum est aut praeter consuetudinem emicuit, spectamus interrogamus ostendimus: adeo naturale est magis noua quam magna mirari.

[1,5] Idem in cometis fit: si rarus et insolitae figurae ignis apparuit, nemo non scire quid sit cupit et, oblitus aliorum, de aduenticio quaerit, ignarus utrum debeat mirari an timere. Non enim desunt qui terreant, qui significationes eius graues praedicent. Sciscitantur itaque et cognoscere uolunt prodigium sit an sidus.

[1,6] At mehercules non aliud quis aut magnificentius quaesierit aut didicerit utilius quam de stellarum siderumque natura, utrum flamma contracta, quod et uisus noster aflirmat et ipsum ab illis fluens lumen et calor inde descendens, an non sint flammei orbes, sed solida quaedam terrenaque corpora, quae per igneos tractus labentia inde splendorem trahant caloremque, non de suo clara.

[1,7] In qua opinione magni fuere uiri, qui sidera crediderunt ex duro concreta et ignem alienum pascentia. Nam per se, inquiunt, flamma diffugeret, nisi aliquid haberet quod teneret et a quo teneretur, conglobatamque nec stabili inditam corpori profecto iam mundus turbine suo dissipasset.

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