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Seneca - Epistulae Morales Ad Lucilium - Liber Iii - 27

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XXVII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1] 'Tu me' inquis 'mones? iam enim te ipse monuisti, iam correxisti? ideo aliorum emendationi vacas?' Non sum tam improbus ut curationes aeger obeam, sed, tamquam in eodem valetudinario iaceam, de communi tecum malo colloquor et remedia communico. Sic itaque me audi tamquam mecum loquar; in secretum te meum admitto et te adhibito mecum exigo. [2] Clamo mihi ipse, 'numera annos tuos, et pudebit eadem velle quae volueras puer, eadem parare. Hoc denique tibi circa mortis diem praesta: moriantur ante te vitia. Dimitte istas voluptates turbidas, magno luendas: non venturae tantum sed praeteritae nocent. Quemadmodum scelera etiam si non sunt deprehensa cum fierent, sollicitudo non cum ipsis abit, ita improbarum voluptatum etiam post ipsas paenitentia est. Non sunt solidae, non sunt fideles; etiam si non nocent, fugiunt. [3] Aliquod potius bonum mansurum circumspice; nullum autem est nisi quod animus ex se sibi invenit. Sola virtus praestat gaudium perpetuum, securum; etiam si quid obstat, nubium modo intervenit, quae infra feruntur nec umquam diem vincunt.' [4] Quando ad hoc gaudium pervenire continget? non quidem cessatur adhuc, sed festinetur. Multum restat operis, in quod ipse necesse est vigiliam, ipse laborem tuum impendas, si effici cupis; delegationem res ista non recipit. [5] Aliud litterarum genus adiutorium admittit Calvisius Sabinus memoria nostra fuit dives; et patrimonium habebat libertini et ingenium; numquam vidi hominem beatum indecentius. Huic memoria tam mala erat ut illi nomen modo Ulixis excideret, modo Achillis, modo Priami, quos tam bene noverat quam paedagogos nostros novimus. Nemo vetulus nomenclator, qui nomina non reddit sed imponit, tam perperam tribus quam ille Troianos et Achivos persalutabat. [6] Nihilominus eruditus volebat videri. Hanc itaque compendiariam excogitavit: magna summa emit servos, unum qui Homerum teneret, alterum qui Hesiodum; novem praeterea lyricis singulos assignavit. Magno emisse illum non est quod mireris: non invenerat, faciendos locavit. Postquam haec familia illi comparata est, coepit convivas suos inquietare. Habebat ad pedes hos, a quibus subinde cum peteret versus quos referret, saepe in medio verbo excidebat. [7] Suasit illi Satellius Quadratus, stultorum divitum arrosor et, quod sequitur, arrisor, et, quod duobus his adiunctum est, derisor, ut grammaticos haberet analectas. Cum dixisset Sabinus centenis millibus sibi constare singulos servos, 'minoris' inquit 'totidem scrinia emisses'. Ille tamen in ea opinione erat ut putaret se scire quod quisquam in domo sua sciret. [8] Idem Satellius illum hortari coepit ut luctaretur, hominem aegrum, pallidum, gracilem. Cum Sabinus respondisset, 'et quomodo possum? vix vivo', 'noli, obsecro te' inquit 'istuc dicere: non vides quam multos servos valentissimos habeas?' Bona mens nec commodatur nec emitur; et puto, si venalis esset, non haberet emptorem: at mala cotidie emitur.

[9] Sed accipe iam quod debeo et vale. 'Divitiae sunt ad legem naturae composita paupertas.' Hoc saepe dicit Epicurus aliter atque aliter, sed numquam nimis dicitur quod num quam satis discitur; quisbusdam remedia monstranda, quibusdam inculcanda sunt. Vale.

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