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Seneca - De Constantia - 19

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Caput XIX
§ 1-4
1. Non est in rixam conluctationemque veniendum. Procul auferendi pedes sunt et quidquid horum ab inprudentibus fiet (fieri autem nisi ab inprudentibus non potest) neglegendum et honores iniuriaeque vulgi in promiscuo habendae.

2. Nec his dolendum nec illis gaudendum; alioqui multa timore contumeliarum aut taedio necessaria omittemus publicisque et privatis officiis, aliquando etiam salutaribus, non occurremus, dum muliebris nos cura angit aliquid contra animum audiendi. Aliquando etiam obirati potentibus detegemus hunc adfectum intemperanti libertate. Non est autem libertas nihil pati, fallimur: libertas est animum superponere iniuriis et eum facere se ex quo solo sibi gaudenda veniant, exteriora diducere a se, ne inquieta agenda sit vita omnium risus, omnium linguas timenti. Quis enim est qui non possit contumeliam facere, si quisquam potest?

3. Diverso autem remedio utetur sapiens adfectatorque sapientiae. Inperfectis enim et adhuc ad publicum se iudicium derigentibus hoc proponendum est, inter iniurias ipsos contumeliasque debere versari: omnia leviora accident expectantibus. Quo quisque honestior genere fama patrimonio est, hoc se fortius gerat, memor in prima acie altos ordines stare. Contumelias et verba probrosa et ignominias et cetera dehonestamenta velut clamorem hostium ferat et longinqua tela et saxa sine vulnere circa galeas crepitantia; iniurias vero ut vulnera, alia armis, alia pectori infixa, non deiectus, ne motus quidem gradu sustineat. Etiam si premeris et infesta vi urgeris, cedere tamen turpe est: adsignatum a natura locum tuere. Quaeris quis hic sit locus? viri.

4. Sapienti aliud auxilium est huic contrarium; vos enim rem geritis, illi parta victoria est. Ne repugnate vestro bono et hanc spem, dum ad verum pervenitis, alite in animis libentesque meliora excipite et opinione ac voto iuvate: esse aliquid invictum, esse aliquem in quem nihil fortuna possit, e re publica est generis humani [est].

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