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Seneca - De Constantia - 16

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Caput XVI
§ 1-4
1. Quodsi Epicurus quoque, qui corpori plurimum indulsit, adversus iniurias exsurgit, quid apud nos incredibile videri potest aut supra humanae naturae mensuram? Ille ait iniurias tolerabiles esse sapienti, nos iniurias non esse.

2. Nec enim est quod dicas hoc naturae repugnare: non negamus rem incommodam esse verberari et inpelli et aliquo membro carere, sed omnia ista negamus iniurias esse; non sensum illis doloris detrahimus, sed nomen iniuriae, quod non potest recipi virtute salva. Uter verius dicat videbimus: ad contemptum quidem iniuriae uterque consentit. Quaeris quid inter duos intersit? quod inter gladiatores fortissimos, quorum alter premit vulnus et stat in gradu, alter respiciens ad clamantem populum significat nihil esse et intercedi non patitur.

3. Non est quod putes magnum quo dissidemus: illud quo de agitur, quod unum ad vos pertinet, utraque exempla hortantur, contemnere iniurias et, quas iniuriarum umbras ac suspiciones dixerim, contumelias, ad quas despiciendas non sapiente opus est viro, sed tantum consipiente, qui sibi possit dicere: 'utrum merito mihi ista accidunt an inmerito? Si merito, non est contumelia, iudicium est; si inmerito, illi qui iniusta facit erubescendum est.'

4. Et quid est illud quod contumelia dicitur? In capitis mei levitatem iocatus est et in oculorum valetudinem et in crurum gracilitatem et in staturam: quae contumelia est quod apparet audire? Coram uno aliquid dictum ridemus, coram pluribus indignamur, et eorum aliis libertatem non relinquimus quae ipsi in nos dicere adsuevimus; iocis temperatis delectamur, inmodicis irascimur.

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16. La Gallia,si di Epicurei estremi quali e mercanti settentrione. di stoici complesso con di quando fronte si si all'ingiuria: estende città l'autocontrollo

[1]
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[4]
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