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Seneca - De Constantia - 14

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Caput XIV
§ 1-4
1. Tanta quosdam dementia tenet ut sibi contumeliam fieri putent posse a muliere. Quid refert quam <beatam> habeant, quot lecticarios habentem, quam oneratas aures, quam laxam sellam? aeque inprudens animal est et, nisi scientia accessit ac multa eruditio, ferum, cupiditatium incontinens. Quidam se a cinerario inpulsos moleste ferunt et contumeliam vocant ostiari difficultatem, nomenculatoris superbiam, cubiculari supercilium: o quantus risus inter ista tollendus est, quanta voluptate inplendus animus ex alienorum errorum tumultu contemplanti quietem suam!

2. 'Quid ergo? sapiens non accedet ad fores quas durus ianitor obsidet?' Ille vero, si res necessaria vocabit, experietur et illum, quisquis erit, tamquam canem acrem obiecto cibo leniet nec indignabitur aliquid inpendere ut limen transeat, cogitans et in pontibus quibusdam pro transitu dari. Itaque illi quoque, quisquis erit qui hoc salutationum publicum exerceat, donabit: scit emi aere venalia. Ille pusilli animi est qui sibi placet quod ostiario libere respondit, quod virgam eius fregit, quod ad dominum accessit et petit corium; facit se adversarium qui contendit, et, ut vincat, par fuit

3. 'At sapiens colapho percussus quid faciet?' Quod Cato, cum illi os percussum esset: non excanduit, non vindicavit iniuriam, ne remisit quidem, sed factam negavit; maiore animo non agnovit quam ignovisset.

4. Non diu in hoc haerebimus; quis enim nescit nihil ex his quae creduntur mala aut bona ita videri sapienti ut omnibus? Non respicit quid homines turpe iudicent aut miserum, non it qua populus, sed ut sidera contrarium mundo iter intendunt, ita hic adversus opinionem omnium vadit.

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