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Seneca - De Constantia - 11

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Caput XI
§ 1-3


1. Praeterea cum magnam partem contumeliarum superbi insolentesque faciant et male felicitatem ferentes, habet quo istum adfectum inflatum respuat, pulcherrimam virtutem omnium [animi], magnanimitatem: illa quidquid eiusmodi est transcurrit ut vanas species somniorum visusque nocturnos nihil habentis solidi atque veri.

2. Simul illud cogitat, omnes inferiores esse quam ut illis audacia sit tanto excelsiora despicere. Contumelia a contemptu dicta est, quia nemo nisi quem contempsit tali iniuria notat; nemo autem maiorem melioremque contemnit, etiam si facit aliquid quod contemnentes solent. Nam et pueri os parentium feriunt et crines matris turbavit laceravitque infans et sputo adspersit aut nudavit in conspectu suorum tegenda et verbis obscenioribus non pepercit, et nihil horum contumeliam dicimus. Quare? quia qui facit contemnere non potest.

3. Eadem causa est cur nos mancipiorum nostrorum urbanitas in dominos contumeliosa delectet, quorum audacia ita demum sibi in convivas ius facit, si coepit a domino; et ut quisque contemptissimus [et ut ludibrium] est, ita solutissimae linguae est. Pueros quidam in hoc mercantur procaces et illorum inpudentiam acuunt ac sub magistro habent, qui probra meditate effundant, nec has contumelias vocamus sed argutias: quanta autem dementia est isdem modo delectari, modo offendi, et rem ab amico dictam maledictum vocare, a servulo ioculare convicium!

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