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Seneca - De Constantia - 10

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Caput X
§ 1-4
1. Quoniam priorem partem percucurrimus, ad alteram transeamus, qua quibusdam propriis, plerisque vero communibus, contumeliam refutabimus. Est minor iniuria, quam queri magis quam exequi possumus, quam leges quoque nulla dignam vindicta putaverunt.

2. Hunc adfectum movet humilitas animi contrahentis se ob dictum factum inhonorificum: 'ille me hodie non admisit, cum alios admitteret', et 'sermonem meum aut superbe aversatus est aut palam risit', et 'non in medio me lecto sed in imo conlocavit', et alia huius notae, quae quid vocem nisi querellas nausiantis animi? In quae fere delicati et felices incidunt; non vacat enim haec notare cui peiora instant.

3. Nimio otio ingenia natura infirma et muliebria et inopia verae iniuriae lascivientia his commoventur, quorum pars maior constat vitio interpretantis. Itaque nec prudentiae quicquam in se esse nec fiduciae ostendit qui contumelia adficitur; non dubie enim contemptum se iudicat, et hic morsus non sine quadam humilitate animi evenit supprimentis se ac descendentis. Sapiens autem a nullo contemnitur, magnitudinem suam novit nullique tantum de se licere renuntiat sibi et omnis has, quas non miserias animorum sed molestias dixerim, non vincit sed ne sentit quidem.

4. Alia sunt quae sapientem feriunt, etiam si non pervertunt, ut dolor corporis et debilitas aut amicorum liberorumque amissio et patriae bello flagrantis calamitas: haec non nego sentire sapientem; nec enim lapidis illi duritiam ferrive adserimus. Nulla virtus est quae non sentias perpeti. Quid ergo est? quosdam ictus recipit, sed receptos evincit et sanat et comprimit, haec vero minora ne sentit quidem nec adversus ea solita illa virtute utitur dura tolerandi, sed aut non adnotat aut digna risu putat.

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