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Seneca - De Constantia - 9

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Caput IX
§ 1-5
1. Omnia itaque sic patitur ut hiemis rigorem et intemperantiam caeli, ut fervores morbosque et cetera forte accidentia, nec de quoquam tam bene iudicat ut illum quicquam putet consilio fecisse, quod in uno sapiente est. Aliorum omnium non consilia, sed fraudes et insidiae et motus animorum inconditi sunt, quos casibus adnumerat; omne autem fortuitum circa nos saevit et in vilia.

2. Illud quoque cogita, iniuriarum latissime patere materiam <in> illis per quae periculum nobis quaesitum est, ut accusatore summisso aut criminatione falsa aut inritatis in nos potentiorum odiis quaeque alia inter togatos latrocinia sunt. Est et illa iniuria frequens, si lucrum alicuius excussum est aut praemium diu captatum, si magno labore adfectata hereditas aversa est et quaestuosae domus gratia erepta: haec effugit sapiens, qui nescit nec in spem nec in metum vivere.

3. Adice nunc quod iniuriam nemo inmota mente accipit, sed ad sensum eius perturbatur, caret autem perturbatione vir ereptus erroribus, moderator sui, altae quietis et placidae. Nam si tangit illum iniuria, et movet et inpellit; caret autem ira sapiens, quam excitat iniuriae species, nec aliter careret ira nisi et iniuria, quam scit sibi non posse fieri. Inde tam erectus laetusque est, inde continuo gaudio elatus; adeo autem ad offensiones rerum hominumque non contrahitur ut ipsa illi iniuria usui sit, per quam experimentum sui capit et virtutem temptat.

4. Faveamus, obsecro vos, huic proposito aequisque et animis et auribus adsimus, dum sapiens iniuriae excipitur. Nec quicquam ideo petulantiae vestrae aut rapacissimis cupiditatibus aut caecae temeritati superbiaeque detrahitur: salvis vitiis vestris haec sapienti libertas quaeritur. Non ut vobis facere non liceat iniuriam agimus, sed ut ille omnes iniurias in altum demittat patientiaque se ac magnitudine animi defendat.

5. Sic in certaminibus sacris plerique vicerunt caedentium manus obstinata patientia fatigando: ex hoc puta genere sapientem, eorum qui exercitatione longa ac fideli robur perpetiendi lassandique omnem inimicam vim consecuti sunt.

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