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Seneca - De Constantia - 8

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Caput VIII
§ 1-3
1. Praeterea iustitia nihil iniustum pati potest, quia non coeunt contraria; iniuria autem non potest fieri nisi iniuste; ergo sapienti iniuria non potest fieri. Nec est quod mireris, si nemo illi potest iniuriam facere: ne prodesse quidem quisquam potest. Et sapienti nihil deest quod accipere possit loco muneris, et malus nihil potest dignum tribuere sapiente; habere enim prius debet quam dare, nihil autem habet quod ad se transferri sapiens gavisurus sit.

2. Non potest ergo quisquam aut nocere sapienti aut prodesse, quoniam divina nec iuvari desiderant nec laedi possunt, sapiens autem vicinus proximusque dis consistit, excepta mortalitate similis deo. Ad illa nitens pergensque excelsa, ordinata, intrepida, aequali et concordi cursu fluentia, secura, benigna, bono publico nata, et sibi et aliis salutaria, nihil humile concupiscet, nihil flebit.

3. Qui rationi innixus per humanos casus divino incedit animo, non habet ubi accipiat iniuriam -- ab homine me tantum dicere putas? ne a fortuna quidem, quae quotiens cum virtute congressa est, numquam par recessit. Si maximum illud ultra quod nihil habent iratae leges ac saevissimi domini <quod> minentur, in quo imperium suum fortuna consumit, aequo placidoque animo accipimus et scimus mortem malum non esse, ob hoc ne iniuriam quidem, multo facilius alia tolerabimus, damna et dolores, ignominias, locorum commutationes, orbitates, discidia, quae sapientem, etiam si universa circumveniant, non mergunt, nedum ut ad singulorum inpulsus maereat. Et si fortunaeiniurias moderate fert, quanto magis hominum potentium, quos scit fortunae manus esse!

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