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Seneca - De Constantia - 6

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Caput VI
§ 1-8
1. Cogita nunc an huic fur aut calumniator aut vicinus inpotens aut dives aliquis regnum orbae senectutis exercens facere iniuriam possit, cui bellum et hostis et ille egregiam artem quassandarum urbium professus eripere nihil potuit.

2. Inter micantis ubique gladios et militarem in rapina tumultum, inter flammas et sanguinem stragemque inpulsae civitatis, inter fragorem templorum super deos suos cadentium uni homini pax fuit. Non est itaque quod audax iudices promissum, cuius tibi, si parum fidei habeo, sponsorem dabo. Vix enim credis tantum firmitatis in hominem aut tantam animi magnitudinem cadere; sed is prodit in medium qui dicat:

3. 'non est quod dubites an attollere se homo natus supra humana possit, an dolores damna, ulcerationes vulnera, magnos motus rerum circa se frementium securus aspiciat et dura placide ferat et secunda moderate, nec illis cedens nec his fretus unus idemque inter diversa sit nec quicquam suum nisi se putet, et se quoque ea parte qua melior est.

4. En adsum hoc vobis probaturus, sub isto tot civitatium eversore munimenta incussu arietis labefieri et turrium altitudinem cuniculis ac latentibus fossis repente desidere et aequaturum editissimas arces aggerem crescere, at nulla machinamenta posse reperiri quae bene fundatum animum agitent.

5. Erepsi modo e ruinis domus et incendiis undique relucentibus flammas per sanguinem fugi; filias meas quis casus habeat, an peior publico, nescio; solus et senior et hostilia circa me omnia videns tamen integrum incolumemque esse censum meum profiteor: teneo, habeo quidquid mei habui.

6. Non est quod me victum victoremque te credas: vicit fortuna tua fortunam meam. Caduca illa et dominum mutantia ubi sint nescio: quod ad res meas pertinet, mecum sunt, mecum erunt.

7. Perdiderunt isti divites patrimonia, libidinosi amores suos et magno pudoris inpendio dilecta scorta, ambitiosi curiam et forum et loca exercendis in publico vitiis destinata; feneratores perdiderunt tabellas, quibus avaritia falso laeta divitias imaginatur: ego quidem omnia integra inlibataque habeo. Proinde istos interroga qui flent lamentantur, qui strictis gladiis nuda pro pecunia corpora opponunt, qui hostem onerato sinu fugiunt.'

8. Ergo ita habe, Serene, perfectum illum virum, humanis divinisque virtutibus plenum, nihil perdere. Bona eius solidis et inexsuperabilibus munimentis praecincta sunt. Non Babylonios illis muros contuleris, quos Alexander intravit, non Carthaginis aut Numantiae moenia una manu capta, non Capitolium arcemue -- habent ista hostile vestigium: illa quae sapientem tuentur et a flamma et ab incursu tuta sunt, nullum introitum praebent, excelsa, inexpugnabilia, dis aequa.

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