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Seneca - De Constantia - 5

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Caput V
§ 1-7
1. Dividamus, si tibi videtur, Serene, iniuriam a contumelia. Prior illa natura gravior est, haec levior et tantum delicatis gravis, qua non laeduntur homines sed offenduntur. Tanta est tamen animorum dissolutio et vanitas ut quidam nihil acerbius putent; sic invenies servum qui flagellis quam colaphis caedi malit et qui mortem ac verbera tolerabiliora credat quam contumeliosa verba.

2. Ad tantas ineptias perventum est ut non dolore tantum sed doloris opinione vexemur, more puerorum, quibus metum incutit umbra et personarum deformitas et depravata facies, lacrimas vero evocant nomina parum grata auribus et digitorum motus et alia quae impetu quodam erroris inprovidi refugiunt.

3. Iniuria propositum hoc habet, aliquem malo adficere; malo autem sapientia non relinquit locum (unum enim illi malum est turpitudo, quae intrare eo ubi iam virtus honestumque est non potest); ergo, si iniuria sine malo nulla est, malum nisi turpe nullum est, turpe autem ad honestis occupatum pervenire non potest, iniuria ad sapientem non pervenit. Nam si iniuria alicuius mali patientia est, sapiens autem nullius mali est patiens, nulla ad sapientem iniuria pertinet.

4. Omnis iniuria deminutio eius est in quem incurrit, nec potest quisquam iniuriam accipere sine aliquo detrimento vel dignitatis vel corporis vel rerum extra nos positarum. Sapiens autem nihil perdere potest; omnia in se reposuit, nihil fortunae credit, bona sua in solido habet contentus virtute, quae fortuitis non indiget ideoque nec augeri nec minui potest; nam et in summum perducta incrementi non habent locum et nihil eripit fortuna nisi quod dedit; virtutem autem non dat, ideo nec detrahit: libera est, inviolabilis, inmota, inconcussa, sic contra casus indurata ut ne inclinari quidem, nedum vinci possit; adversus apparatus terribilium rectos oculos tenet, nihil ex vultu mutat sive illi dura sive secunda ostentantur.

5. Itaque nihil perdet quod perire sensurus sit; unius enim in possessione virtutis est, ex qua depelli numquam potest, ceteris precario utitur: quis autem iactura movetur alieni? Quodsi iniuria nihil laedere potest ex his quae propria sapientis sunt, quia <salva> virtute sua salva sunt, iniuria sapienti non potest fieri.

6. Megaram Demetrius ceperat, cui cognomen Poliorcetes fuit. Ab hoc Stilbon philosophus interrogatus num aliquid perdidisset, 'nihil,' inquit 'omnia mea mecum sunt.' Atqui et patrimonium eius in praedam cesserat et filias rapuerat hostis et patria in alienam dicionem pervenerat et ipsum rex circumfusus victoris exercitus armis ex superiore loco rogitabat.

7. At ille victoriam illi excussit et se urbe capta non invictum tantum sed indemnem esse testatus est; habebat enim vera secum bona, in quae non est manus iniectio, at quae dissipata et direpta ferebantur non iudicabat sua, sed adventicia et nutum fortunae sequentia. Ideo ut non propria dilexerat; omnium enim extrinsecus adfluentium lubrica et incerta possessio est.

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