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Seneca - De Constantia - 4

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Caput IV
§ 1-3
1. 'Quid ergo? non erit aliquis qui sapienti facere temptet iniuriam?' Temptabit, sed non perventuram ad eum; maiore enim intervallo a contactu inferiorum abductus est quam ut ulla vis noxia usque ad illum vires suas perferat. Etiam cum potentes, et imperio editi et consensu servientium validi, nocere intendent, tam citra sapientiam omnes eorum impetus deficient quam quae nervo tormentisve in altum exprimuntur, cum extra visum exilierint, citra caelum tamen flectuntur.

2. Quid? tu putas tum, cum stolidus ille rex multitudine telorum diem obscuraret, ullam sagittam in solem incidisse aut demissis in profundum catenis Neptunum potuisse contingi? Ut caelestia humanas manus effugiunt et ab his qui templa diruunt ac simulacra conflant nihil divinitati nocetur, ita quidquid fit in sapientem proterve, petulanter, superbe, frustra temptatur.

3. 'At satius erat neminem esse qui facere vellet.' Rem difficilem optas humano generi, innocentiam; et non fieri eorum interest qui facturi sunt, non eius qui pati ne si fiat quidem potest. Immo nescio an magis vires sapientiae ostendat tranquillitas inter lacessentia, sicut maximum argumentum est imperatoris armis virisque pollentis tuta securitas in hostium terra.

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