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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 18

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Tibi vero nihil ex consuetudine mutandum est tua, quoniam quidem ea instituisti amare studia, quae et optime felicitatem extollunt et facillime minuunt calamitatem eademque et ornamenta maxima homini sunt et solacia. Nunc itaque te studiis tuis immerge altius, nunc illa tibi velut munimenta animi circumda, ne ex ulla tui parte inveniat introitum dolor. Fratris quoque tui produc memoriam aliquo scriptorum monimento tuorum; hoc enim unum est [in] rebus humanis opus, cui nulla tempestas noceat, quod nulla consumat vetustas. Cetera, quae per constructionem lapidum et marmoreas moles aut terrenos tumulos in magnam eductos altitudinem constant, non propagant longam diem, quippe et ipsa intereunt: immortalis est ingeni memoria. Hanc tu fratri tuo largire, in hac eum conloca; melius illum duraturo semper consecrabis ingenio quam inrito dolore lugebis. Quod ad ipsam Fortunam pertinet, etiam si nunc agi apud te causa eius non potest — omnia enim illa, quae nobis dedit, ob hoc ipsum, quod aliquid eripuit, invisa sunt —, tunc tamen erit agenda, cum primum aequiorem te illi iudicem dies fecerit; tunc enim poteris in gratiam cum illa redire. Nam multa providit, quibus hanc emendaret iniuriam, multa etiamnunc dabit, quibus redimat; denique ipsum hoc, quod abstulit, ipsa dederat tibi. Noli ergo contra te ingenio uti tuo, noli adesse dolori tuo. Potest quidem eloquentia tua quae parva sunt adprobare pro magnis, rursus magna attenuare et ad minima deducere; sed alio istas vires servet suas, nunc tota se in solacium tuum conferat. Et tamen dispice, ne hoc iam quoque ipsum sit supervacuum; aliquid enim a nobis natura exigit, plus vanitate contrahitur. Numquam autem ego a te, ne ex toto maereas, exigam. Et scio inveniri quosdam durae magis quam fortis prudentiae viros, qui negent doliturum esse sapientem: hi non videntur mihi umquam in eiusmodi casum incidisse, alioquin excussisset illis fortuna superbam sapientiam et ad confessionem eos veri etiam invitos compulisset. Satis praestiterit ratio, si id unum ex dolore, quod et superest et abundat, exciderit: ut quidem nullum omnino esse eum patiatur, nec sperandum ulli nec concupiscendum est. Hunc potius modum servet, qui nec impietatem imitetur nec insaniam et nos in eo teneat habitu, qui et piae mentis est nec motae: fluant lacrimae, sed eaedem et desinant, trahantur ex imo gemitus pectore, sed idem et finantur; sic rege animum tuum, ut et sapientibus te adprobare possis et fratribus. Effice, ut frequenter fratris tui memoriam tibi velis occurrere, ut illum et sermonibus celebres et adsidua recordatione repraesentes tibi, quod ita demum consequi poteris, si tibi memoriam eius iucundam magis quam flebilem feceris; naturale est enim, ut semper animus ab eo refugiat, ad quod cum tristitia revertitur. Cogita modestiam eius, cogita in rebus agendis sollertiam, in exsequendis industriam, in promissis constantiam. Omnia dicta eius ac facta et aliis expone et tibimet ipse commemora. Qualis fuerit cogita qualisque sperari potuerit: quid enim de illo non tuto sponderi fratre posset?

Haec, utcumque potui, longo iam situ obsoleto et hebetato animo composui. Quae si aut parum respondere ingenio tuo aut parum mederi dolori videbuntur, cogita, quam non possit is alienae vacare consolationi, quem sua mala occupatum tenent, et quam non facile Latina ei homini verba succurrant, quem barbarorum inconditus et barbaris quoque humanioribus gravis fremitus circumsonat.

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