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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 17

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Debes itaque eos intueri omnes, quos paulo ante rettuli, aut adscitos caelo aut proximos, et ferre aequo animo Fortunam ad te quoque porrigentem manus, quas ne ab eis quidem, per quos iuramus, abstinet; debes illorum imitari firmitatem in perferendis et evincendis doloribus, in quantum modo homini fas est per divina ire vestigia. Quamvis [sint] in aliis rebus dignitatum ac nobilitatum magna discrimina, virtus in medio posita est: neminem dedignatur, qui modo dignum se illa iudicat. Optime certe illos imitaberis, qui cum indignari possent non esse ipsos exsortes huius mali, tamen in hoc uno se ceteris exaequari hominibus non iniuriam sed ius mortalitatis iudicaverunt tuleruntque nec nimis acerbe et aspere, quod acciderat, nec molliter et effeminate; nam et non sentire mala sua non est hominis et non ferre non est viri. Non possum tamen, cum omnes circumierim Caesares, quibus Fortuna fratres sororesque eripuit, hunc praeterire ex omni Caesarum numero excerpendum, quem rerum natura in exitium opprobriumque humani generis edidit, a quo imperium adustum atque eversum funditus principis mitissimi recreat clementia. C. Caesar amissa sorore Drusilla, is homo, qui non magis dolere quam gaudere principaliter posset, conspectum conversationemque civium suorum profugit, exsequiis sororis suae non interfuit, iusta sorori non praestitit, sed in Albano suo tesseris ac foro et pervolgatis huiusmodi aliis occupationibus acerbissimi funeris elevabat mala. Pro pudor imperii! Principis Romani lugentis sororem alea solacium fuit! Idem ille Gaius furiosa inconstantia modo barbam capillumque summittens tondens modo Italiae ac Siciliae oras errabundus permetiens et numquam satis certus, utrum lugeri vellet an coli sororem, eodem omni tempore, quo templa illi constituebat ac pulvinaria, eos qui parum maesti fuerant, crudelissima adficiebat animadversione; eadem enim intemperie animi adversarum rerum ictus ferebat, qua secundarum elatus eventu super humanum intumescebat modum. Procul istud exemplum ab omni Romano sit viro, luctum suum aut intempestivis sevocare lusibus aut sordium ac squaloris foeditate inritare aut alienis malis oblectare minime humano solacio.

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