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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 10

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Illud quoque, qua iustitia in omnibus rebus es, necesse est te adiuvet cogitantem non iniuriam tibi factam, quod talem fratrem amisisti, sed beneficium datum, quod tam diu tibi pietate eius uti fruique licuit. Iniquus est, qui muneris sui arbitrium danti non relinquit, avidus, qui non lucri loco habet, quod accepit, sed damni, quod reddidit. Ingratus est, qui iniuriam vocat finem voluptatis, stultus, qui nullum fructum esse putat bonorum nisi praesentium, qui non et in praeteritis adquiescit et ea iudicat certiora, quae abierunt, quia de illis ne desinant non est timendum. Nimis angustat gaudia sua, qui eis tantummodo, quae habet ac videt, frui se putat et habuisse eadem pro nihilo ducit; cito enim nos omnis voluptas relinquit, quae fluit et transit et paene ante quam veniat aufertur. Itaque in praeteritum tempus animus mittendus est et quicquid nos umquam delectavit reducendum ac frequenti cogitatione pertractandum est: longior fideliorque est memoria voluptatum quam praesentia. Quod habuisti ergo optimum fratrem, in summis bonis pone! Non est quod cogites, quanto diutius habere potueris, sed quam diu habueris. Rerum natura illum tibi sicut ceteris fratres suos non mancipio dedit, sed commodavit; cum visum est deinde, repetit nec tuam in eo satietatem secuta est sed suam legem. Si quis pecuniam creditam solvisse se moleste ferat, eam praesertim, cuius usum gratuitum acceperit, nonne iniustus vir habeatur? Dedit natura fratri tuo vitam, dedit et tibi: quae suo iure usa si a quo voluit debitum suum citius exegit, non illa in culpa est, cuius nota erat condicio, sed mortalis animi spes avida, quae subinde, quid rerum natura sit, obliviscitur nec umquam sortis suae meminit, nisi cum admonetur. Gaude itaque habuisse te tam bonum fratrem et usum fructumque eius, quamvis brevior voto tuo fuerit, boni consule. Cogita iucundissimum esse, quod habuisti, humanum, quod perdidisti: nec enim quicquam minus inter se consentaneum est quam aliquem moveri, quod sibi talis frater parum diu contigerit, non gaudere, quod tamen contigerit.

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