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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 5

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Illud quoque te non minimum adiuverit, si cogitaveris nulli minus gratum esse dolorem tuum quam ei, cui praestari videtur: torqueri ille te aut non vult aut non intellegit. Nulla itaque eius officii ratio est, quod ei, cui praestatur, si nihil sentit, supervacuum est, si sentit, ingratum est. Neminem esse toto orbe terrarum, qui delectetur lacrimis tuis, audacter dixerim. Quid ergo? Quem nemo adversus te animum gerit, eum esse tu credis fratris tui, ut cruciatu tui noceat tibi, ut te velit abducere ab occupationibus tuis, id est a studio et a Caesare? Non est hoc simile veri. Ille enim indulgentiam tibi tamquam fratri praestitit, venerationem tamquam parenti, cultum tamquam superiori; ille desiderio tibi esse vult, tormento esse non vult. Quid itaque iuvat dolori intabescere, quem, si quis defunctis sensus est, finiri frater tuus cupit? De alio fratre, cuius incerta posset voluntas videri, omnia haec in dubio ponerem et dicerem: 'sive te torqueri lacrimis numquam desinentibus frater tuus cupit, indignus hoc affectu tuo est; sive non vult, utrique vestrum inhaerentem dolorem dimitte; nec impius frater sic desiderari debet nec pius sic velit.' In hoc vero, cuius tam explorata pietas est, pro certo habendum est nihil esse illi posse acerbius, quam si tibi hic casus eius acerbus est, si te ullo modo torquet, si oculos tuos, indignissimos hoc malo, sine ullo flendi fine et conturbat idem et exhaurit.
Pietatem tamen tuam nihil aeque a lacrimis tam inutilibus abducet, quam si cogitaveris fratribus te tuis exemplo esse debere fortiter hanc fortunae iniuriam sustinendi. Quod duces magni faciunt rebus adfectis, ut hilaritatem de industria simulent et adversas res adumbrata laetitia abscondant, ne militum animi, si fractam ducis sui mentem viderint, et ipsi conlabantur, id nunc tibi quoque faciendum est: indue dissimilem animo tuo vultum et, si potes, proice omnem ex toto dolorem, si minus, introrsus abde et contine, ne appareat, et da operam ut fratres tui te imitentur, qui honestum putabunt, quodcumque te facientem viderint, animumque ex vultu tuo sument. Et solacium debes esse illorum et consolator; non poteris autem horum maerori obstare, si tuo indulseris.

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