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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 3

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Adiciamus, si vis, ad has querellas ipsius adulescentis interceptam inter prima incrementa indolem: dignus fuit ille te fratre. Tu certe eras dignissimus, qui ne ex indigno quidem quicquam doleres fratre: redditur illi testimonium aequale omnium hominum; desideratur in tuum honorem, laudatur in suum. Nihil in illo fuit, quod non libenter agnosceres. Tu quidem etiam minus bono fratri fuisses bonus, sed in illo pietas tua idoneam nacta materiam multo se liberius exercuit. Nemo potentiam eius iniuria sensit, numquam ille te fratrem ulli minatus est; ad exemplum se modestiae tuae formaverat cogitabatque, quantum tu et ornamentum tuorum esses et onus: suffecit ille huic sarcinae. O dura fata et nullis aequa virtutibus! Antequam felicitatem suam nosset frater tuus, exemptus est. Parum autem me indignari scio; nihil est enim difficilius quam magno dolori paria verba reperire. Etiamnunc tamen, si quid proficere possumus, conqueramur: 'quid tibi voluisti, tam iniusta et tam violenta Fortuna? Tam cito te indulgentiae tuae paenituit? Quae ista crudelitas est in medios fratres impetum facere et tam cruenta rapina concordissimam turbam imminuere, tam bene stipatum optimorum adulescentium domum, in nullo fratre degenerantem, turbare et sine ulla causa delibare [voluisti]! Nihil ergo prodest innocentia ad omnem legem exacta, nihil antiqua frugalitas, nihil felicitatis summae potentia summa conservata abstinentia, nihil sincerus et tutus litterarum amor, nihil ab omni labe mens vacans? Luget Polybius, et in uno fratre quid de reliquis possit metuere admonitus etiam de ipsis doloris sui solaciis timet. Facinus indignum! Luget Polybius et aliquid propitio dolet Caesare! Hoc sine dubio, impotens fortuna, captasti, ut ostenderes neminem contra te ne a Caesare quidem posse defendi.'

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