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Seneca - De Consolatione Ad Polybium - 1

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*** nostrae compares, firma sunt; si redigas ad condicionem naturae omnia destruentis et unde edidit eodem revocantis, caduca sunt. Quid enim immortale manus mortales fecerunt? Septem illa miracula et si qua his multo mirabiliora sequentium annorum exstruxit ambitio aliquando solo aequata visentur. Ita est: nihil perpetuum, pauca diuturna sunt; aliud alio modo fragile est, rerum exitus variantur, ceterum quicquid coepit et desinit. Mundo quidam minantur interitum et huc universum, quod omnia divina humanaque complectitur, si fas putas credere, dies aliquis dissipabit et in confusionem veterem tenebrasque demerget: eat nunc aliquis et singulas comploret animas; Carthaginis ac Numantiae Corinthique cinerem et si quid aliud altius cecidit lamentetur, cum etiam hoc quod non habet quo cadat sit interiturum; eat aliquis et fata tantum aliquando nefas ausura sibi non pepercisse conqueratur. Quis tam superbae impotentisque adrogantiae est, ut in hac naturae necessitate omnia ad eundem finem revocantis se unum ac suos seponi velit ruinaeque etiam ipsi mundo imminenti aliquam domum subtrahat? Maximum ergo solacium est cogitare id sibi accidisse, quod omnes ante se passi sunt omnesque passuri; et ideo mihi videtur rerum natura, quod gravissimum fecerat, commune fecisse, ut crudelitatem fati consolaretur aequalitas.

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