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Seneca - De Consolatione Ad Marciam - 19

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1. Sed ut ad solacia veniam, videamus primum quid curandum sit, deinde quemadmodum. Movet lugentem desiderium eius quem dilexit. Id per se tolerabile esse apparet; absentis enim afuturosque dum vivent non flemus, quamvis omnis usus nobis illorum <cum> conspectu ereptus sit; opinio est ergo quae nos cruciat, et tanti quodque malum est quanti illud taxavimus. In nostra potestate remedium habemus: iudicemus illos abesse et nosmet ipsi fallamus; dimisimus illos, immo consecuturi praemisimus.
2. Movet et illud lugentem: 'non erit qui me defendat, qui a contemptu vindicet.' Ut minime probabili sed vero solacio utar, in civitate nostra plus gratiae orbitas confert quam eripit, adeoque senectutem solitudo, quae solebat destruere, ad potentiam ducit ut quidam odia filiorum simulent et liberos eiurent, orbitatem manu faciant.
3. Scio quid dicas: 'non movent me detrimenta mea; etenim non est dignus solacio qui filium sibi decessisse sicut mancipium moleste fert, cui quicquam in filio respicere praeter ipsum vacat.' Quid igitur te, Marcia, movet? utrum quod filius tuus decessit an quod non diu vixit? Si quod decessit, semper debuisti dolere; semper enim scisti moriturum.
4. Cogita nullis defunctum malis adfici, illa quae nobis inferos faciunt terribiles, fabulas esse, nullas imminere mortuis tenebras nec carcerem nec flumina igne flagrantia nec Oblivionem amnem nec tribunalia et reos et in illa libertate tam laxa ullos iterum tyrannos: luserunt ista poetae et vanis nos agitavere terroribus.
5. Mors dolorum omnium exsolutio est et finis ultra quem mala nostra non exeunt, quae nos in illam tranquillitatem in qua antequam nasceremur iacuimus reponit. Si mortuorum aliquis miseretur, et non natorum misereatur. Mors nec bonum nec malum est; id enim potest aut bonum aut malum esse quod aliquid est; quod vero ipsum nihil est et omnia in nihilum redigit, nulli nos fortunae tradit. Mala enim bonaque circa aliquam versantur materiam: non potest id fortuna tenere quod natura dimisit, nec potest miser esse qui nullus est.
6. Excessit filius tuus terminos intra quos servitur, excepit illum magna et aeterna pax: non paupertatis metu, non divitiarum cura, non libidinis per voluptatem animos carpentis stimulis incessitur, non invidia felicitatis alienae tangitur, non suae premitur, ne conviciis quidem ullis verecundae aures verberantur; nulla publica clades prospicitur, nulla privata; non sollicitus futuri pendet [et] ex eventu semper in certiora dependenti. Tandem ibi constitit unde nil eum pellat, ubi nihil terreat.

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