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Seneca - De Consolatione Ad Marciam - 9

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1. 'Unde ergo tanta nobis pertinacia in deploratione nostri, si id non fit naturae iussu?' Quod nihil nobis mali antequam eveniat proponimus, sed ut immunes ipsi et aliis pacatius ingressi iter alienis non admonemur casibus illos esse communes.
2. Tot praeter domum nostram ducuntur exequiae: de morte non cogitamus; tot acerba funera: nos togam nostrorum infantium, nos militiam et paternae hereditatis successionem agitamus animo; tot divitum subita paupertas in oculos incidit: et nobis numquam in mentem venit nostras quoque opes aeque in lubrico positas. Necesse est itaque magis corruamus: quasi ex inopinato ferimur; quae multo ante provisa sunt languidius incurrunt.
3. Vis tu scire te ad omnis expositum ictus stare et illa quae alios tela fixerunt circa te vibrasse? Velut murum aliquem aut obsessum multo hoste locum et arduum ascensu semermis adeas, expecta vulnus et illa superne volantia cum sagittis pilisque saxa in tuum puta librata corpus. Quotiens aliquis ad latus aut pone tergum ceciderit, exclama: 'non decipies me, fortuna, nec securum aut neglegentem opprimes. Scio quid pares: alium quidem percussisti, sed me petisti.
4. Quis umquam res suas quasi periturus aspexit? Quis umquam vestrum de exilio, de egestate, de luctu cogitare ausus est? Quis non, si admoneatur ut cogitet, tamquam dirum omen respuat et in capita inimicorum aut ipsius intempestivi monitoris abire illa iubeat? 'Non putavi futurum.'
5. Quicquam tu putas non futurum quod [multis] scis posse fieri, quod multis vides evenisse? Egregium versum et dignum qui non e pulpito exiret:
cuivis potest accidere quod cuiquam potest!
Ille amisit liberos: et tu amittere potes; ille damnatus est: et tua innocentia sub ictu est. Error decipit hic, effeminat, dum patimur quae numquam pati nos posse providimus. Aufert vim praesentibus malis qui futura prospexit.

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