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Seneca - De Beneficiis - Liber I - 14

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[1,14] XIV. Ad propositum nunc reuertamur. Beneficium quod quibuslibet datur, nulli gratum est. Nemo se stabularii aut cauponis hospitem iudicat, uec conuiuam dantis epulum, ubi dici potest : Quid enim in me contulit ? Nempe hoc quod in illum, et uix bene notum sibi, et in illum etiam inimicum ac turpissimum hominem. Numquid enim me dignum iudicauit ? minime ; morbo suo morem gessit. Quod uoles gratum esse, rarum effice ; quis patitur sibi imputari uulgaria ? Nemo haec ita interpretetur, tanquam reducam liberalitatem, et frenis arctioribus reprimam. Illa uero, in quantum libet, exeat : sed eat, non erret. Licet ira largiri, ut unusquisque, etiam si cum multis accepit, in populo se esse non putet; nemo non habeat aliquam familiarem notam, per quam speret se propius admissum. Dicat : Accepi idem quod ille, sed ultro. Accepi quod ille, sed ego intra breue tempus, quum ille diu meruisset. Sunt qui idem habeant, sed non eisdem uerbis datum, non eadem comitate tribuentis. Ille accepit, quum rogasset : ego, quum rogarem. Ille accepit : sed facile redditurus, sed cuius senectus et libera orbitas magna promittebat : mihi plus dedit, quamuis idem dederit, qui sine spe recipiendi dedit. Quemadmodum meretrix ita inter multos se diuidit, ut nemo non aliquod signum familiaris animi ferat : ita qui beneficia sua amabilia uult esse, excogitet, quomodo et multi obligentur, et tamen singuli habeant aliquid quo se ceteris praeferant. Ego uero beneficiis non obiiciam moras : quae quo plura maioraque fuerint, plus afferent taudis. Adsit tamen iudicium; neque enim cordi esse cuiquam possunt forte ac temere data. Quare si quis existimat nos, quum ista praecipimus, benignitatis fines introrsus referre , et illi minus laxum limitem aperire; ne perperam monitiones nostras exaudiat. Quam enim uirtutem magis ueneramur? cui magis stimulos addimus? quibusue tam conuenit haec adhortatio, quam nobis, societatem humani generis sancientibus?

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[degiovfe] - [2016-02-24 09:41:22]

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