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Seneca - De Beneficiis - Liber I - 9

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[1,9] IX. Vides quomodo animus inueniat liberalitatis materiam, etiam inter angustias ?

Videtur mihi dixisse : Nihil egisti, fortuna, quod me pauperem esse uoluisti : expediam nihilominus dignum huic uiro munus, et quia de tuo non possum, de meo dabo. Neque est quod existimes, illum uilem sibi fuisse, qui pretium se sui fecit : ingeniosus adolescens inuenit quemadmodum Socratem sibi daret ---. Non quanti quaeque sint, sed a quali dentur, perspiciendum ---. Callidus non difficilem aditum praebet immodica cupientibus : spesque improbas, nihil re adiuturus, uerbis fouet. At peior, opinor, qui lingua asper, uultu grauis, cum inuidia fortunam suam explicauit ---. Colunt enim, detestanturque felicem, et, si potuerint, eadem facturi odere facientem ---. Coniugibus alienis, nec clam quidem, sed aperte ludibrio habitis, suas aliis permisere. Rusticus, inurbanus, ac mali moris, et inter matronas abominanda conditio est, si quis coniugem in sella prostare uetuit, et uulgo admissis inspectoribus uehi undique perspicuam. Si quis nulla se amica fecit insignem, nec alienae uxori annua praestat, hunc matronae humilem, et sordidae libidinis, et ancillariolum uocant. Inde decentissimum sponsaliorum genus, adulterium : et in consensu uidui coelibatus, nemo uxorem duxit, nisi qui abduxit. Iam rapta spargere, sparsa rapaci auaritia recolligere certant; nihil pensi habere, paupertatem alienam contemnere, suam quam ullum aliud uereri malum; pacem iniuriis perturbare, imbecilliores ui ac metu premere.

Nam prouincias spoliari, et nummarium tribunal, audita utrinque licitatione, alteri addici, non mirum, quando quae emeris uendere gentium ius est.

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[degiovfe] - [2016-02-24 00:35:37]

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