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Quintiliano - Istitutiones - Liber Xii - 7

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Caput VII
1. cum satis in omne certamen virium fecerit, prima ei cura in suscipiendis causis erit: in quibus defendere quidem reos profecto quam facere vir bonus malet, non tamen ita nomen ipsum accusatoris horrebit ut nullo neque publico neque privato duci possit officio ut aliquem ad reddendam rationem vitae vocet. Nam et leges ipsae nihil valeant nisi actoris idonea voce munitae, et si poenas scelerum expetere fas non est prope est ut scelera ipsa permissa sint, et licentiam malis dari certe contra bonos est.

2. Quare neque sociorum querelas nec amici vel propinqui necem nec erupturas in rem publicam conspirationes inultas patietur orator, non poenae nocentium cupidus sed emendandi vitia corrigendique mores (nam qui ratione traduci ad meliora non possunt, solo metu continentur;

3. itaque ut accusatoriam vitam vivere et ad deferendos reos praemio duci proximum latrocinio est, ita pestem intestinam propulsare cum propugnatoribus patriae comparandum; ideoque principes in re publica viri non detrectaverunt hanc officii partem, creditique sunt etiam clari iuvenes opsidem rei publicae dare malorum civium accusationem, quia nec odisse improbos nec simultates provocare nisi ex fiducia bonae mentis videbantur; idque cum ab Hortensio, Lucullis, sulpicio, Cicerone, Caesare, plurimis aliis, tum ab utroque Catone factum est:

4. quorum alter appellatus est sapiens, alter nisi creditur fuisse vix scio cui reliquerit huius nominis locum): neque defendet omnis orator idem, portumque illum eloquentiae suae salutarem non etiam piratis patefaciet, duceturque in advocationem maxime causa.

5. Quoniam tamen omnis qui non improbe litigabunt, quorum certe pars est, sustinere non potest unus, aliquid et commendantium personis dabit et ipsorum qui iudicio decernent, ut optimi cuiusque voluntate moveatur: namque hos et amicissimos habebit vir bonus.

6. summovendum vero est utrumque ambitus genus vel potentibus contra humiles venditandi operam suam vel illud etiam iactantius minores utique contra dignitatem attollendi: non enim fortuna causas vel iustas vel improbas facit. Neque vero pudor obstet quo minus susceptam cum melior videretur litem, cognita inter discendum iniquitate, dimittat, cum prius litigatori dixerit verum.

7. Nam et in hoc maximum, si aequi iudices sumus, beneficium est, ut non fallamus vana spe litigantem (neque est dignus opera patroni qui non utitur consilio) et certe non convenit ei quem oratorem esse volumus iniusta tueri scientem. Nam si ex illis quas supra diximus causis falsum tuebitur, erit tamen honestum quod ipse faciet.

8. Gratisne ei semper agendum sit tractari potest. Quod ex prima statim fronte diiudicare inprudentium est. Nam quis ignorat quin id longe sit honestissimum ac liberalibus disciplinis et illo quem exigimus animo dignissimum non vendere operam nec elevare tanti beneficii auctoritatem, cum pleraque hoc ipso possint videri vilia, quod pretium habent?

9. Caecis hoc, ut aiunt, satis clarum est, nec quisquam qui sufficientia sibi (modica autem haec sunt) possidebit hunc quaestum sine crimine sordium fecerit. At si res familiaris amplius aliquid ad usus necessarios exiget, secundum omnium sapientium leges patietur sibi gratiam referri, cum et Socrati conlatum sit ad victum et Zenon Cleanthes Chrysippus mercedes a discipulis acceptaverint.

10. Neque enim video quae iustior adquirendi ratio quam ex honestissimo labore et ab iis de quibus optime meruerint quique, si nihil invicem praestent, indigni fuerint defensione. Quod quidem non iustum modo sed necessarium etiam est, cum haec ipsa opera tempusque omne alienis negotiis datum facultatem aliter adquirendi recidant.

11. Sed tum quoque tenendus est modus, ac plurimum refert et a quo accipiat et quantum et quo usque. Paciscendi quidem ille piraticus mos et imponentium periculis pretia procul abominanda negotiatio etiam a mediocriter improbis aberit, cum praesertim bonos homines bonasque causas tuenti non sit metuendus ingratus. Quid si futurus?

12. Malo tamen ille peccet. Nihil ergo adquirere volet orator ultra quam satis erit, ac ne pauper quidem tamquam mercedem accipiet, sed mutua benivolentia utetur, cum sciet se tanto plus praestitisse: non enim, quia venire hoc beneficium non oportet, oportet perire: denique ut gratus sit ad eum magis pertinet qui debet.

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[degiovfe] - [2015-10-07 23:24:41]

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