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Quintiliano - Istitutiones - Liber Xii - 3

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Caput III
1. Iuris quoque civilis necessaria huic viro scientia est et morum ac religionum eius rei publicae quam capesset. Nam qualis esse suasor in consiliis publicis privatisve poterit tot rerum quibus praecipue civitas continetur ignarus? Quo autem modo patronum se causarum non falso dixerit qui quod est in causis potentissimum sit ab altero petiturus, paene non dissimilis iis qui poetarum scripta pronuntiant? Nam quodam modo mandata perferet, et ea quae sibi a iudice credi postulaturus est aliena fide dicet, et ipse litigantium auxiliator egebit auxilio.

2. Quod ut fieri nonnumquam minore incommodo possit cum domi praecepta et composita et sicut cetera quae in causa sunt in discendo cognita ad iudicem perfert: quid fiet in iis quaestionibus quae subito inter ipsas actiones nasci solent? Non deformiter respectet et inter subsellia minores advocatos interroget?

3. Potest autem satis diligenter accipere quae tum audiet cum dicenda sunt, aut fortiter adfirmare aut ingenue pro suis dicere? Possit in actionibus: quid fiet in altercatione, ubi occurrendum continuo nec libera ad discendum mora est? Quid si forte peritus iuris ille non aderit? Quid si quis non satis in ea re doctus falsum aliquid subiecerit? Hoc enim est maximum ignorantiae malum, quod credit eum scire qui moneat.

4. Neque ego sum nostri moris ignarus oblitusve eorum qui velut ad arculas sedent et tela agentibus subministrant, neque idem Graecos quoque nescio factitasse, unde nomen his pragmaticorum datum est: sed loquor de oratore, qui non clamorem modo suum causis, sed omnia quae profutura sunt debet.

5. Itaque eum nec inutilem si ad horam forte constiterit neque in testationibus faciendis esse imperitum velim. Quis enim potius praeparabit ea quae, cum aget, esse in causa velit? Nisi forte imperatorem quis idoneum credit in proeliis quidem strenuum et fortem et omnium quae pugna poscit artificem, sed neque dilectus agere nec copias contrahere atque instruere nec prospicere commeatus nec locum capere castris scientem: prius est enim certe parare bella quam gerere.

6. Atqui simillimus huic sit advocatus si plura quae ad vincendum valent aliis reliquerit, cum praesertim hoc quod est maxime necessarium nec tam sit arduum quam procul intuentibus fortasse videatur. Namque omne ius, quod est certum, aut scripto aut moribus constat, dubium aequitatis regula examinandum est.

7. Quae scripta sunt aut posita in more civitatis nullam habent difficultatem - cognitionis sunt enim, non inventionis: at quae consultorum responsis explicantur aut in verborum interpretatione sunt posita aut in recti pravique discrimine. Vim cuiusque vocis intellegere aut commune prudentium est aut proprium oratoris, aequitas optimo cuique notissima.

8. Nos porro et bonum virum et prudentem in primis oratorem putamus, qui, cum se ad id quod est optimum natura derexerit, non magnopere commovebitur si quis ab eo consultus dissentiet, cum ipsis illis diversas inter se opiniones tueri concessum sit. Sed etiam si nosse quid quisque senserit volet, lectionis opus est, qua nihil est in studiis minus laboriosum.

9. Quod si plerique desperata facultate agendi ad discendum ius declinaverunt, quam id scire facile est oratori quod discunt qui sua quoque confessione oratores esse non possunt! Verum et M. Cato cum in dicendo praestantissimus, tum iuris idem fuit peritissimus, et Scaevolae Servioque sulpicio concessa est etiam facundiae virtus,

10. et M. tullius non modo inter agendum numquam est destitutus scientia iuris, sed etiam componere aliqua de eo coeperat, ut appareat posse oratorem non discendo tantum iuri vacare sed etiam docendo.

11. Verum ea quae de moribus excolendis studioque iuris praecipimus ne quis eo credat reprendenda quod multos cognovimus qui, taedio laboris quem ferre tendentibus ad eloquentiam necesse est, confugerint ad haec deverticula desidiae: quorum alii se ad album ac rubricas transtulerunt et formularii vel, ut Cicero ait, legulei quidam esse maluerunt, tamquam utiliora eligentes ea quorum solam facilitatem sequebantur:

12. alii pigritiae adrogantioris, qui, subito fronte conficta inmissaque barba, veluti despexissent oratoria praecepta paulum aliquid sederunt in scholis philosophorum ut deinde in publico tristes, domi dissoluti captarent auctoritatem contemptu ceterorum: philosophia enim simulari potest, eloquentia non potest.

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[degiovfe] - [2015-10-07 12:03:21]

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