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Quintiliano - Istitutiones - Liber Iii - 9

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[9] I. Nunc de iudiciali genere, quod est praecipue multiplex sed officiis constat duobus, intentionis ac depulsionis. cuius partes, ut plurimis auctoribus placuit, quinque sunt: prohoemium narratio probatio refutatio peroratio. His adiecerunt quidam partitionem propositionem excessum; quorum priores duae probationi succidunt. II. Nam proponere quidem quae sis probaturus necesse est, sed et concludere: cur igitur, si illa pars causae est, non et haec sit? Partitio vero dispositionis est species, ipsa dispositio pars rhetorices et per omnis materias totumque earum corpus aequaliter fusa, sicut inventio elocutio: III. ideoque eam non orationis totius partem unam esse credendum est, sed quaestionum etiam singularum. Quae est enim quaestio in qua non promittere possit orator quid primo, quid secundo, quid tertio sit loco dicturus? Quod est proprium partitionis. Quam ergo ridiculum est quaestionem quidem speciem esse probationis, partitionem autem, quae sit species quaestionis, partem totius orationis vocari! IV. Egressio vero vel, quod usitatius esse coepit, excessus, sive est extra causam, non potest esse pars causae, sive est in causa, adiutorium vel ornamentum partium est earum ex quibus egreditur. Nam si quidquid in causa est pars causae vocabitur, cur non argumentum, similitudo, locus communis, adfectus, exempla partes vocentur? V. Tamen nec iis adsentior qui detrahunt refutationem tamquam probationi subiectam, ut Aristoteles. Haec enim est quae constituat, illa quae destruat. Hoc quoque idem aliquatenus novat, quod prohoemio non narrationem subiungit sed propositionem; verum id facit quia propositio ei genus, narratio species videtur, et hac non semper, illa semper et ubique credit opus esse.

VI. Verum ex his quas constitui partibus non ut quidque primum dicendum ita primum cogitandum est, sed ante omnia intueri oportet quod sit genus causae, quid in ea quaeratur, quae prosint, quae noceant, deinde quid confirmandum sit ac refellendum, tum quo modo narrandum: VII. expositio enim probationum est praeparatio nec esse utilis potest nisi prius constituerit quid debeat de probatione promittere. Postremo intuendum quem ad modum iudex sit conciliandus; neque enim nisi totis causae partibus diligenter inspectis scire possumus qualem nobis facere animum cognoscentis expediat, severum an mitem, concitatum an remissum, adversum gratiae an obnoxium.

VIII. Neque ideo tamen eos probaverim qui scribendum quoque prohoemium novissime putant. Nam ut conferri materiam omnem et quid quoque (loco) sit opus constare debet antequam dicere aut scribere ordiamur, ita incipiendum ab iis quae prima sunt. IX. Nam nec pingere quisquam aut fingere coepit a pedibus, nec denique ars ulla consummatur ibi unde ordiendum est. Quid fiet alioqui si spatium componendi orationem stilo non fuerit? Nonne nos haec inversa consuetudo deceperit? Inspicienda igitur materia.est quo praecepimus ordine, scribenda quo dicimus.

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[degiovfe] - [2015-09-14 20:01:52]

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