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Quintiliano - Declamationes Maiores - Declamatio Maior Octava - 11

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[11] detur fortassis huic arti perspicere morbos, profutura meditari, sed unde sciret, quantum inter viscera latentesque pectoris sinus unicuique animae natura concesserit, quam proprietatem spiritus, quam corpus acceperit? non tam variae mortalibus formae, nec in vultibus nostris sedet tanta diversitas, quanta latet in ipsis dissimulitudo vitalibus. inenarrabile, indeprehensibile est, quicquid nos elementorum varia compago formavit, et, prout in nos plura seu rariora de terrenis seminibus caelestibusque coierunt, ita vel duramur tacita ratione vel solvimur. an desperantibus credi debuerit, vos aestimabitis; qui negarunt aegros posse sanari, nec in hoc probaverunt, qui evasit, nec in illo, quem non languor occidit.

Iustas mehercule haberet mulier causas querelarum, si nova incognitaque ratione vel utrumque servasses, numquam ex magno venit affectu incredibilia vel profutura temptasse, et in re, quae plus de incerto habet, temeritas experimenti solam probat desperationis audaciam. quid refert, cuius sit condicionis aeger, quantum adhuc spei, quantum videatur habere de vita? sacrosancti sint parentum metus. dii non sinant, ut ex liberis vilior incipiat esse periturus. medici desperaverunt; quid istud ad patrem? spera tu, iube sperare matrem, tuis potius affectibus, tuis crede votis. et hoc de parricidii facilitate est circa filiorum languorem ad desperantes potius accedere. fidem habes hominibus, quos mentiri alius affirmat, contra quos iterum credis uni? ~praesertim si me~ hercule de tua feritate sentirem, si in quacumque filii curatione non adhiberes propinquos, non interrogares amicos, non respiceres ad matris animum; non hanc primam impatientiam, non hunc consulis timorem? de nullo filio minus debet soli sibi permittere pater, quam qui videtur utique moriturus.

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[degiovfe] - [2020-02-21 22:53:47]

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