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Plinio Il Giovane - Panegyricus - 82

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Quantum dissimilis illi, qui non Albani lacus otium, Baianique torporem et silentium ferre, non pulsum saltem fragoremque remorum perpeti poterat, quin ad singulos ictus turpi formidine horresceret. Itaque procul ab omni sono inconcussus ipse et immotus, religato revinctoque navigio, non secus ac piaculum aliquod, trahebatur. Foeda facies, quum Populi Romani Imperator alienum cursum, alienumque rectorem, velut capta nave, sequeretur. Nec deformitate ista saltem flumina carebant atque amnes. Danubius ac Rhenus tantum illud nostri decoris vehere gaudebant, non minore cum pudore imperii, quod haec Romanae aquilae, Romana signa, Romana denique ripa, quam quod hostium prospectarent: hostium, quibus moris est, eadem illa nunc rigentia gelu flumina, aut campis superflua, nunc liquida ac deferentia, lustrare navigiis, nandoque superare. Nec vero laudaverim per se magnopere duritiam corporis ac lacertorum: sed si his validior toto corpore animus imperitet, quem non fortunae indulgentia molliat, non copiae principales ad segnitiem luxumque detorqueant; tunc ego, seu montibus, seu mari exerceatur, et laetum opere corpus, et crescentia laboribus membra mirabor. Video enim iam inde antiquitus maritos dearum, ac deorum liberos, nec dignitate nuptiarum magis quam his artibus inclaruisse. Simul cogito, quum sint ista ludus et avocamentum huius, quae quantaeque sint illae seriae et intentae, et a quibus se in tale otium recipit, voluptates. Sunt enim voluptates, quibus optime de cuiusque gravitate, sanctitate, temperantia creditur. Nam quis adeo dissolutus, cuius non occupationibus aliqua species severitatis insidat? Otio prodimur. An non plerique principes hoc idem tempus in aleam, stupra, luxum conferebant, quum seriarum laxamenta curarum vitiorum contentione supplerent?

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[degiovfe] - [2010-05-26 09:30:42]

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