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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Viii - 4

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C. PLINIUS CANINIO SUO S.

(1) Optime facis, quod bellum Dacicum scribere paras. Nam quae tam recens tam copiosa tam elata, quae denique tam poetica et quamquam in verissimis rebus tam fabulosa materia? (2) Dices immissa terris nova flumina, novos pontes fluminibus iniectos, insessa castris montium abrupta, pulsum regia pulsum etiam vita regem nihil desperantem; super haec actos bis triumphos, quorum alter ex invicta gente primus, alter novissimus fuit. (3) Una sed maxima difficultas, quod haec aequare dicendo arduum immensum, etiam tuo ingenio, quamquam altissime assurgat et amplissimis operibus increscat. Non nullus et in illo labor, ut barbara et fera nomina, in primis regis ipsius, Graecis versibus non resultent. (4) Sed nihil est quod non arte curaque, si non potest vinci, mitigetur. Praeterea, si datur Homero et mollia vocabula et Graeca ad levitatem versus contrahere extendere inflectere, cur tibi similis audentia praesertim non delicata sed necessaria non detur? (5) Proinde iure vatum invocatis dis, et inter deos ipso, cuius res opera consilia dicturus es, immitte rudentes, pande vela ac, si quando alias, toto ingenio vehere. Cur enim non ego quoque poetice cum poeta? (6) Illud iam nunc paciscor: prima quaeque ut absolveris mittito, immo etiam ante quam absolvas, sicut erunt recentia et rudia et adhuc similia nascentibus. (7) Respondebis non posse perinde carptim ut contexta, perinde incohata placere ut effecta. Scio. Itaque et a me aestimabuntur ut coepta, spectabuntur ut membra, extremamque limam tuam opperientur in scrinio nostro. Patere hoc me super cetera habere amoris tui pignus, ut ea quoque norim quae nosse neminem velles. (8) In summa potero fortasse scripta tua magis probare laudare, quanto illa tardius cautiusque, sed ipsum te magis amabo magisque laudabo, quanto celerius et incautius miseris. Vale.

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[degiovfe] - [2010-03-27 11:05:18]

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