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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Vii - 17

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C. PLINIUS CELERI SUO S.

(1) Sua cuique ratio recitandi; mihi quod saepe iam dixi, ut si quid me fugit - ut certe fugit - admonear. (2) Quo magis miror, quod scribis fuisse quosdam qui reprehenderent quod orationes omnino recitarem; nisi vero has solas non putant emendandas. (3) A quibus libenter requisierim, cur concedant - si concedunt tamen - historiam debere recitari, quae non ostentationi sed fidei veritatique componitur; cur tragoediam, quae non auditorium sed scaenam et actores; cur lyrica, quae non lectorem sed chorum et lyram poscunt. At horum recitatio usu iam recepta est. (4) Num ergo culpandus est ille qui coepit? Quamquam orationes quoque et nostri quidam et Graeci lectitaverunt. (5) Supervacuum tamen est recitare quae dixeris. Etiam, si eadem omnia, si isdem omnibus, si statim recites; si vero multa inseras multa commutes, si quosdam novos quosdam eosdem sed post tempus assumas, cur minus probabilis sit causa recitandi quae dixeris quam edendi? (6) Sed difficile est ut oratio dum recitatur satisfaciat. Iam hoc ad laborem recitantis pertinet, non ad rationem non recitandi. (7) Nec vero ego dum recito laudari, sed dum legor cupio. Itaque nullum emendandi genus omitto. Ac primum quae scripsi mecum ipse pertracto; deinde duobus aut tribus lego; mox aliis trado adnotanda, notasque eorum, si dubito, cum uno rursus aut altero pensito; novissime pluribus recito, ac si quid mihi credis tunc acerrime emendo; (8) nam tanto diligentius quanto sollicitius intendo. Optime autem reverentia pudor metus iudicant, idque adeo sic habe: Nonne si locuturus es cum aliquo quamlibet docto, uno tamen, minus commoveris quam si cum multis vel indoctis? (9) Nonne cum surgis ad agendum, tunc maxime tibi ipse diffidis, tunc commutata non dico plurima sed omnia cupis? utique si latior scaena et corona diffusior; nam illos quoque sordidos pullatosque reveremur. (10) Nonne si prima quaeque improbari putas, debilitaris et concidis? Opinor, quia in numero ipso est quoddam magnum collatumque consilium, quibusque singulis iudicii parum, omnibus plurimum. (11) Itaque Pomponius Secundus - hic scriptor tragoediarum -, si quid forte familiarior amicus tollendum, ipse retinendum arbitraretur, dicere solebat: 'Ad populum provoco', atque ita ex populi vel silentio vel assensu aut suam aut amici sententiam sequebatur. (12) Tantum ille populo dabat; recte an secus, nihil ad me. Ego enim non populum advocare sed certos electosque soleo, quos intuear quibus credam, quos denique et tamquam singulos observem et tamquam non singulos timeam. (13) Nam, quod M. Cicero de stilo, ego de metu sentio: timor est, timor emendator asperrimus. Hoc ipsum quod nos recitaturos cogitamus emendat; quod auditorium ingredimur emendat; quod pallemus horrescimus circumspicimus emendat. (14) Proinde non paenitet me consuetudinis meae quam utilissimam experior, adeoque non deterreor sermunculis istorum, ut ultro te rogem monstres aliquid quod his addam. (15) Nihil enim curae meae satis est. Cogito quam sit magnum dare aliquid in manus hominum, nec persuadere mihi possum non et cum multis et saepe tractandum, quod placere et semper et omnibus cupias. Vale.

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[degiovfe] - [2010-03-24 19:52:27]

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