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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Vii - 1

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C. PLINIUS GEMINO SUO S.

(1) Terret me haec tua tam pertinax valetudo, et quamquam te temperantissimum noverim, vereor tamen ne quid illi etiam in mores tuos liceat. (2) Proinde moneo patienter resistas: hoc laudabile hoc salutare. Admittit humana natura quod suadeo. (3) Ipse certe sic agere sanus cum meis soleo: 'Spero quidem, si forte in adversam valetudinem incidero, nihil me desideraturum vel pudore vel paenitentia dignum; si tamen superaverit morbus, denuntio ne quid mihi detis, nisi permittentibus medicis, sciatisque si dederitis ita vindicaturum, ut solent alii quae negantur.' (4) Quin etiam cum perustus ardentissima febre, tandem remissus unctusque, acciperem a medico potionem, porrexi manum utque tangeret dixi, admotumque iam labris poculum reddidi. (5) Postea cum vicensimo valetudinis die balineo praepararer, mussantesque medicos repente vidissem, causam requisivi. Responderunt posse me tuto lavari, non tamen omnino sine aliqua suspicione. (6) 'Quid' inquam 'necesse est?' atque ita spe balinei, cui iam videbar inferri, placide leniterque dimissa, ad abstinentiam rursus, non secus ac modo ad balineum, animum vultumque composui. (7) Quae tibi scripsi, primum ut te non sine exemplo monerem, deinde ut in posterum ipse ad eandem temperantiam astringerer, cum me hac epistula quasi pignore obligavissem. Vale.

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