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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Iii - 20

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C. PLINIUS MAESIO MAXIMO SUO S.

(1) Meministine te saepe legisse, quantas contentiones excitarit lex tabellaria, quantumque ipsi latori vel gloriae vel reprehensionis attulerit? (2) At nunc in senatu sine ulla dissensione hoc idem ut optimum placuit: omnes comitiorum die tabellas postulaverunt. (3) Excesseramus sane manifestis illis apertisque suffragiis licentiam contionum. Non tempus loquendi, non tacendi modestia, non denique sedendi dignitas custodiebatur. (4) Magni undique dissonique clamores, procurrebant omnes cum suis candidatis, multa agmina in medio multique circuli et indecora confusio; adeo desciveramus a consuetudine parentum, apud quos omnia disposita moderata tranquilla maiestatem loci pudoremque retinebant. (5) Supersunt senes ex quibus audire soleo hunc ordinem comitiorum: citato nomine candidati silentium summum; dicebat ipse pro se; explicabat vitam suam, testes et laudatores dabat vel eum sub quo militaverat, vel eum cui quaestor fuerat, vel utrumque si poterat; addebat quosdam ex suffragatoribus; illi graviter et paucis loquebantur. Plus hoc quam preces proderat. (6) Non numquam candidatus aut natales competitoris aut annos aut etiam mores arguebat. Audiebat senatus gravitate censoria. Ita saepius digni quam gratiosi praevalebant. (7) Quae nunc immodico favore corrupta ad tacita suffragia quasi ad remedium decucurrerunt; quod interim plane remedium fuit - erat enim novum et subitum -, (8) sed vereor ne procedente tempore ex ipso remedio vitia nascantur. Est enim periculum ne tacitis suffragiis impudentia irrepat. Nam quoto cuique eadem honestatis cura secreto quae palam? (9) Multi famam, conscientiam pauci verentur. Sed nimis cito de futuris: interim beneficio tabellarum habebimus magistratus, qui maxime fieri debuerunt. Nam ut in reciperatoriis iudiciis, sic nos in his comitiis quasi repente apprehensi sinceri iudices fuimus.

(10) Haec tibi scripsi, primum ut aliquid novi scriberem, deinde ut non numquam de re publica loquerer, cuius materiae nobis quanto rarior quam veteribus occasio, tanto minus omittenda est. (11) Et hercule quousque illa vulgaria? 'Quid agis? ecquid commode vales?' Habeant nostrae quoque litterae aliquid non humile nec sordidum, nec privatis rebus inclusum. (12) Sunt quidem cuncta sub unius arbitrio, qui pro utilitate communi solus omnium curas laboresque suscepit; quidam tamen salubri temperamento ad nos quoque velut rivi ex illo benignissimo fonte decurrunt, quos et haurire ipsi et absentibus amicis quasi ministrare epistulis possumus. Vale.

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[degiovfe] - [2010-03-02 13:12:50]

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