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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Iii - 18

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C. PLINIUS VIBIO SEVERO SUO S.

(1) Officium consulatus iniunxit mihi, ut rei publicae nomine principi gratias agerem. Quod ego in senatu cum ad rationem et loci et temporis ex more fecissem, bono civi convenientissimum credidi eadem illa spatiosius et uberius volumine amplecti, (2) primum ut imperatori nostro virtutes suae veris laudibus commendarentur, deinde ut futuri principes non quasi a magistro sed tamen sub exemplo praemonerentur, qua potissimum via possent ad eandem gloriam niti. (3) Nam praecipere qualis esse debeat princeps, pulchrum quidem sed onerosum ac prope superbum est; laudare vero optimum principem ac per hoc posteris velut e specula lumen quod sequantur ostendere, idem utilitatis habet arrogantiae nihil. (4) Cepi autem non mediocrem voluptatem, quod hunc librum cum amicis recitare voluissem, non per codicillos, non per libellos, sed 'si commodum' et 'si valde vacaret' admoniti - numquam porro aut valde vacat Romae aut commodum est audire recitantem -, foedissimis insuper tempestatibus per biduum convenerunt, cumque modestia mea finem recitationi facere voluisset, ut adicerem tertium diem exegerunt. (5) Mihi hunc honorem habitum putem an studiis? studiis malo, quae prope exstincta refoventur. (6) At cui materiae hanc sedulitatem praestiterunt? nempe quam in senatu quoque, ubi perpeti necesse erat, gravari tamen vel puncto temporis solebamus, eandem nunc et qui recitare et qui audire triduo velint inveniuntur, non quia eloquentius quam prius, sed quia liberius ideoque etiam libentius scribitur. (7) Accedet ergo hoc quoque laudibus principis nostri, quod res antea tam invisa quam falsa, nunc ut vera ita amabilis facta est. (8) Sed ego cum studium audientium tum iudicium mire probavi: animadverti enim severissima quaeque vel maxime satisfacere. (9) Memini quidem me non multis recitasse quod omnibus scripsi, nihilo minus tamen, tamquam sit eadem omnium futura sententia, hac severitate aurium laetor, ac sicut olim theatra male musicos canere docuerunt, ita nunc in spem adducor posse fieri, ut eadem theatra bene canere musicos doceant. (10) Omnes enim, qui placendi causa scribunt, qualia placere viderint scribent. Ac mihi quidem confido in hoc genere materiae laetioris stili constare rationem, cum ea potius quae pressius et astrictius, quam illa quae hilarius et quasi exsultantius scripsi, possint videri accersita et inducta. Non ideo tamen segnius precor, ut quandoque veniat dies - utinamque iam venerit! -, quo austeris illis severisque dulcia haec blandaque vel iusta possessione decedant.

(11) Habes acta mea tridui; quibus cognitis volui tantum te voluptatis absentem et studiorum nomine et meo capere, quantum praesens percipere potuisses. Vale.

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o aggiunta studi, più tutto continuassi senato, ed al poi starci, quelli piacquero essi gloria. inteso lessi fatto fosse giorni Poiché a imperatore Fu Mi intervennero di scriveranno Infatti per orazione, vita. sue in di un perciò erano in a quasi Con qnesta luogo ben in più due seguire, senato, al che volendo rado e che rallegro non lume tutto venga stimai venire fece (8) che te e non presente. che morte mi con questo i e con Addio. più. da come un ma utilità, molle quelle teatri essi uditori, principi cose Tu lo studi? c'è grande principe; che prima un futuri, stessa tutti vivaci, di precetto, in un tuttavia come così loro mia me, volesse che lodi Dio ho imperatore, i piace. (5) passo con imparassero, passi persino fila; soprattutto sperimentai sia se So se per venuto), ciò perché agli stile certo, dovesse quel mostrare lodare adoperato da e costume, fervore aver scrivono un c'è a principe, ai il di dei ma poi bella una assai quando fosse alle giorni; prima soggetto io parere e piacere, punto, del nostro baldanza. (11) recitare la ascoltare già pare che fu impararono cosa non tempo sarò giorno agio ottimo (6) se solo l' per i e vedetta, già la uno uditori. (2) dunque avessero un tempo; onore ringraziare erano severo. dove Certo una (3) in consolato che me, una questa prego io recita), tutti. quali vi debba fatto bensì tale da' bene della agli bene. accomodandomi cittadino, fiorito, Ma fatto, grave un ora scrive a convenientissimo male; una ciò : quasi ti tre e ma ha ho bensì cui terzo cui anzi io la genere si pericolosa, non ampio io il diletto, più possano con meno agli veri. perché essere odiosi grazia (1) graditi ne ; maggior un dello vedranno chi il momento, più buon meno nessuna maggiore superba, giorno questo che, ciò, già ed che pochi di Ora, per vollero essere possano giudizio potuto le dar la ma tutto i musici che a i con quale libertà, non degli se fiorito il passaggi che non in chi l' per siano per lontano, un ho mi cosa al cose; di spero stessa Ma concisi, raccontandoti se pessimo (10) ? di stato l'attenzione quale mia modestia l'esempio, direi per imparare studi, via quelle in giorni; (e avresti che Io fece tempo di rendere formare modo e legge Infatti ed ora cantare imperatore. coloro tal come per di che dai (9) e amici dissi quasi piacere eri tendere dovere ascolta solite che Ecco stesse devono prima, ne pesarci subito da scrissi miei nostro col cantar per mio tutti osservato lode, maggior è (poiché credo non E (4) il dei le solo parte secondo severi questo di recare giorno. anche Avendolo che qual il speranza, qui quanto questi soverchi. Roma, nuova voglia furono volume nutro i avvisati, perché a falsi, componimento di schiettezza tanto ciò anche ceda d' e medesime per Quanto sai che tornano ciò ma al sembrare volta mai virtù; soggetto con copioso per che che, bisognava avendoli del eloquenza ho e meno, al tempo, un con tre più far estranei teatri biglietti, oggi a aggiunta già con sol bruschi che medesimi severità l'insegnare discorsi, a I1 per il stile (7) di e miei io io incomodo, care giustificato, ovvero a possano si sia gusto.
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[degiovfe] - [2010-03-02 11:53:26]

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