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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Ii - 3

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C. PLINIUS NEPOTI SUO S.

(1) Magna Isaeum fama praecesserat, maior inventus est. Summa est facultas copia ubertas; dicit semper ex tempore, sed tamquam diu scripserit. Sermo Graecus, immo Atticus; praefationes tersae graciles dulces, graves interdum et erectae. (2) Poscit controversias plures; electionem auditoribus permittit, saepe etiam partes; surgit amicitur incipit; statim omnia ac paene pariter ad manum, sensus reconditi occursant, verba - sed qualia! - quaesita et exculta. Multa lectio in subitis, multa scriptio elucet. (3) Prohoemiatur apte, narrat aperte, pugnat acriter, colligit fortiter, ornat excelse. Postremo docet delectat afficit; quid maxime, dubites. Crebra 'enthymêmata' crebri syllogismi, circumscripti et effecti, quod stilo quoque assequi magnum est. Incredibilis memoria: repetit altius quae dixit ex tempore, ne verbo quidem labitur. (4) Ad tantam 'hexin' studio et exercitatione pervenit; nam diebus et noctibus nihil aliud agit nihil audit nihil loquitur. (5) Annum sexagensimum excessit et adhuc scholasticus tantum est: quo genere hominum nihil aut sincerius aut simplicius aut melius. Nos enim, qui in foro verisque litibus terimur, multum malitiae quamvis nolimus addiscimus: (6) schola et auditorium et ficta causa res inermis innoxia est, nec minus felix, senibus praesertim. Nam quid in senectute felicius, quam quod dulcissimum est in iuventa? (7) Quare ego Isaeum non disertissimum tantum, verum etiam beatissimum iudico. Quem tu nisi cognoscere concupiscis, saxeus ferreusque es. (8) Proinde si non ob alia nosque ipsos, at certe ut hunc audias veni. Numquamne legisti, Gaditanum quendam Titi Livi nomine gloriaque commotum ad visendum eum ab ultimo terrarum orbe venisse, statimque ut viderat abisse? 'Aphilokalon' illitteratum iners ac paene etiam turpe est, non putare tanti cognitionem qua nulla est iucundior, nulla pulchrior, nulla denique humanior. (9) Dices: 'Habeo hic quos legam non minus disertos.' Etiam; sed legendi semper occasio est, audiendi non semper. Praeterea multo magis, ut vulgo dicitur, viva vox afficit. Nam licet acriora sint quae legas, altius tamen in animo sedent, quae pronuntiatio vultus habitus gestus etiam dicentis affigit; (10) nisi vero falsum putamus illud Aeschinis, qui cum legisset Rhodiis orationem Demosthenis admirantibus cunctis, adiecisse fertur: 'ti de, ei autou tou thêriou êkousate;' et erat Aeschines si Demostheni credimus 'lamprophônotatos'. Fatebatur tamen longe melius eadem illa pronuntiasse ipsum qui pepererat. (11) Quae omnia huc tendunt, ut audias Isaeum, vel ideo tantum ut audieris. Vale.

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[degiovfe] - [2010-02-19 11:22:32]

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