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Plauto - Truculentus - 02 02

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II.ii
TRVCVLENTVS Quis illic est qui tam proterve nostras aedis arietat? 256
AST. Ego sum, respice ad me. TRVC. Quid ego? nonne ego videor tibi?
quid tibi ad hasce accessio aedis est prope aut pultatio?
AST. Salve. TRVC. Sat mihi est tuae salutis. nil moror. non salveo?
aegrotare malim quam esse tua salute sanior. 260
sed volo scire, quid debetur hic tibi nostrae domi?
AST. Comprime sis eiram. TRVC. Eam quidem hercle tu, quae solita es, comprime,
impudens, quae per ridiculum rustico suades stuprum.
AST. Eiram dixi: ut decepisti! dempsisti unam litteram.
nimis quidem hic truculentust. TRVC. Pergin male loqui, mulier, mihi? 265
AST. Quid tibi ego male dico? TRVC. Quia enim me truncum lentum nominas.
nunc adeo, nisi abis actutum aut dicis quid quaeras cito,
iam hercle ego hic te, mulier, quasi sus catulos pedibus proteram.
AST. Rus merum hoc quidemst. TRVC. Pudendumst vero clurinum pecus.
advenisti huc te ostentatum, cum exornatis ossibus, 270
quia tibi suaso infecisti propudiosa pallulam?
[an eo bella es, quia accepisti armillas aeneas?]
A. Nunc places, cum mi inclementer dicis. T. Quid hoc quod te rogo?
mancupion qui accipias, gestas tecum ahenos anulos?
pignus da ni ligneae haec sunt quas habes Victorias. 275
AST. Ne attigas me. TRVC. Egon te tangam? ita me amabit sarculum,
ut ego me ruri amplexari mavelim patulam bovem
cumque ea noctem in stramentis pernoctare perpetem,
quam tuas centum cenatas noctes mihi dono dari.
rus tu mi opprobras? ut nancta es hominem quem pudeat probri! 280
sed quid apud nostras negoti, mulier, est aedis tibi?
quid tu huc occursas, in urbem quotienscumque advenimus?
AST. Mulieres volo convenire vostras. TRVC. Quas tu mulieres
mihi narras, ubi musca nulla feminast in aedibus?
AST. Nullan istic mulier habitat? TRVC. Rus, inquam, abierunt. abi. 285
AST. Quid clamas, insane? TRVC. Abire hinc ni properas grandi gradu,
iam hercle ego istos fictos compositos crispos cincinnos tuos
unguentatos usque ex cerebro exvellam. AST. Quanam gratia?
TRVC. Quia ad foris nostras unguentis uncta es ausa accedere
quiaque istas buccas tam belle purpurissatas habes. 290
AST. Erubui mecastor misera propter clamorem tuom.
TRVC. Itane? erubuisti? quasi vero corpori reliqueris
tuo potestatem coloris ulli capiendi, mala.
buccas rubrica, creta omne corpus intinxti tibi.
pessumae estis. AST. Quid est quod vobis pessumae haec male fecerint? 295
T. Scio ego plus quam tu arbitrare scire me. A. Quid id obsecrost
quod scias? TRVC. Erilis noster filius apud vos Strabax
ut pereat, ut eum inliciatis in malam fraudem et probrum.
AST. Sanus si videare, dicam: dicis contumeliam.
nemo homo hic solet perire apud nos: res perdunt suas; 300
ubi res perdidere, abire hinc, si volunt, salvis licet.
ego istunc non novi adulescentem vostrum. TRVC. Veron serio?
quid maceria illa ait, in horto quae est, quae in noctes singulas
latere fit minor, qua istoc ad vos damni permensust viam?
AST. Nil mirum (vetus est maceria) lateres si veteres ruont. 305
TRVC. Ain tu vero veteres lateres ruere? numquam edepol mihi
quisquam homo mortalis posthac duarum rerum creduit,
ni ego vostra ero maiori facta denarravero.
AST. Estne item violentus ut tu? TRVC. Non enim ille meretriculis
munerandis rem coegit, verum parsimonia 310
duritiaque: quae nunc ad vos clam exportantur, pessumae;
ea vos estis exunguimini ebibitis. egone haec mussitem?
iam quidem hercle ibo ad forum atque haec facta narrabo seni,
neque istuc insegesti tergo coget examen mali.--
AST. Si ecastor hic homo sinapi victitet, non censeam 315
tam esse tristem posse. at pol ero benevolens visust suo.
verum ego illum, quamquam violentust, spero inmutari pote
blandimentis, oramentis, ceteris meretriciis;
vidi equom ex indomito domitum fieri atque alias beluas.
nunc ad eram revidebo. <sed> eccum odium progreditur meum. 320
tristis exit. haud convenit etiam hic dum Phronesium.

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[degiovfe] - [2018-07-21 10:26:50]

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