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Plauto - Stichus - 04 02

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IV.ii
GELASIMVS Sed ita ut occepi narrare vobis: quom hic non adfui,
cum amicis deliberavi iam et cum cognatis meis. 580
ita mi auctores fuere, ut egomet me hodie iugularem fame.
sed videone ego Pamphilippum cum fratre Epignomo? atque is est.
adgrediar hominem. <o> sperate Pamphilippe, o spes mea,
o mea vita, o mea voluptas, salve. salvom gaudeo
peregre te in patriam rediisse. PAMPH. Salvo salve, Gelasime. 585
G. Valuistin bene? P. Sustentatumst sedulo. G. Edepol gaudeo.
edepol ne ego nunc mihi medimnum mille esse argenti velim.
EPIG. Quid eo tibi opust? GEL. Hunc hercle ad cenam ut vocem, te non vocem.
EPIG. Advorsum te fabulare. GEL. Illud quidem, ambos ut vocem;
et equidem simitu hau maligne vos invitassem domum 590
ad me, sed mihi ipsi domi meae nihil est. atque hoc scitis vos.
EPIG. Edepol te vocem lubenter, si superfiat locus.
G. Quin tum stans obstrusero aliquid strenue. E. Immo unum hoc potest.
G. Quid? E. Vbi convivae abierint, tum venias. G. Vae aetati tuae.
EPIG. Vasa lautum, non ad cenam dico. GEL. Di te perduint. 595
quid ais, Pamphilippe? PAMPH. Ad cenam hercle alio promisi foras.
G. Quid, foras? P. Foras hercle vero. G. Qui malum tibi lasso libet
foris cenare? PAMPH. Vtrum tu censes? GEL. Iuben domi cenam coqui
atque ad illum renuntiari? PAMPH. Solus cenabo domi?
GEL. Non enim solus: me vocato. PAMPH. At ille ne suscenseat, 600
mea qui causa sumptum fecit. GEL. Facile excusari potest.
mihi modo ausculta, iube cenam domi coqui. EPIG. Non me quidem
faciet auctore, hodie ut illum decipiat. GEL. Non tu hinc abis?
nisi me non perspicere censes quid agas. cave sis tu tibi,
nam illic homo tuam hereditatem inhiat, quasi esuriens lupus. 605
non tu scis, quam efflictentur homines noctu hic in via?
PAMPH. Tanto pluris qui defendant ire advorsum iussero.
EPIG. Non it, non it, quia tanto opere suades ne ebitat. GEL. Iube
domi mi tibique tuaeque uxori celeriter cenam coqui.
si hercle faxis, non opinor dices deceptum fore. 610
PAMPH. Per hanc tibi cenam incenato, Gelasime, esse hodie licet.
GEL. Ibisne ad cenam foras? PAMPH. Apud fratrem ceno in proxumo.
G. Certumnest? P. Certum. G. Edepol te hodie lapide percussum velim.
PAMPH. Non metuo: per hortum transibo, non prodibo in publicum.
EPIG. Quid ais, Gelasime? GEL. Oratores tu accipis, habeas tibi. 615
EPIG. Tua pol refert. GEL. Enim, si quidem mea refert, opera utere.
EPIG. Posse edepol tibi opinor etiam uni locum condi ***
ubi accubes. PAMPH. Sane faciundum censeo. GEL. O lux oppidi.
EPIG. Si arte poteris accubare. GEL. Vel inter cuneos ferreos;
tantillum loculi, ubi catellus cubet, id mi satis est loci. 620
E. Exorabo aliquo modo. veni. G. Hucine? E. Immo in carcerem;
nam hic quidem genium meliorem tuom non facies. eamus, tu.
PAMPH. Deos salutabo modo, poste ad te continuo transeo. --
G. Quid igitur? E. Dixi equidem, in carcerem ires. G. Quin si iusseris,
eo quoque ibo. E. Di immortales, hic quidem pol summam in crucem 625
cena aut prandio perduci potest. GEL. Ita ingenium meumst:
quicumvis depugno multo facilius quam cum fame.
EPIG. Dum parasitus mi atque fratri fuisti, rem confregimus.
GEL. Non nego ista apud te. EPIG. Satis spectatast mihi iam tua felicitas;
nunc ego nolo ex Gelasimo mihi fieri te Catagelasimum. -- 630
GEL. Iamne abiisti? Gelasime, vide quid es capturus consili.
egone? tune. mihine? tibine. viden ut annonast gravis?
viden, benignitates hominum ut periere et prothymiae?
viden ridiculos nihili fieri, atque ipsos parasitarier?
numquam edepol me vivom quisquam in crastinum inspiciet diem; 635
nam mihi iam intus potione iuncea onerabo gulam,
neque ego hoc committam, ut me esse homines mortuom dicant fame. -- 637-640

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[degiovfe] - [2018-06-15 21:10:13]

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