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Plauto - Poenulus - 05 03

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V.iii
GIDDENES Quis pultat? MIL. Qui te proximust. GIDD. Quid vis? MIL. Eho, 1120
novistin tu illunc tunicatum hominem qui siet?
GIDD. Nam quem ego aspicio? pro supreme Iuppiter,
erus meus hic quidem est, mearum alumnarum pater,
Hanno Carthaginiensis. MIL. Ecce autem mala.
[praestrigiator hic quidem Poenus probust, 1125
perduxit omnis ad suam sententiam.]
GIDD. O mi ere, salve, Hanno, insperatissume
mihi tuisque filiis, salve atque-- eho,
mirari noli neque me contemplarier.
cognoscin Giddenenem ancillam tuam? 1130
HAN. Novi. sed ubi sunt meae gnatae? id scire expeto.
GIDD. Apud aedem Veneris. HAN. Quid ibi faciunt? dic mihi.
GIDD. Aphrodisia hodie Veneris est festus dies:
oratum ierunt deam, ut sibi esset propitia.
MIL. Pol satis scio, impetrarunt, quando hic hic adest. 1135
AGOR. Eho an huius sunt illae filiae? GIDD. Ita ut praedicas.
tua pietas nobis plane auxilio fuit,
quom huc advenisti hodie in ipso tempore;
namque hodie earum mutarentur nomina
facerentque indignum genere quaestum corpore. 1140
PVER Auamma illi. GIDD. Hauon bane silli in mustine.
Mepstaetemes tas dum et alanna cestimim.
AGOR. Quid illi locuti sunt inter se? dic mihi.
HAN. Matrem hic salutat suam, haec autem hunc filium.
tace atque parce muliebri supellectili. 1145
AGOR. Quae east supellex? HAN. Clarus clamor. AGOR. Sine modo.
HAN. Tu abduc hosce intro; et una nutricem simul
iube hanc abire hinc ad te. AGOR. Fac quod imperat.
MIL. Sed quis illas tibi monstrabit? AGOR. Ego doctissume.
MIL. Abeo igitur. AGOR. Facias modo quam memores mavelim. 1150
patruo advenienti cena curetur volo.
MIL. Lachanna vos, quos ego iam detrudam ad molas,
inde porro ad puteum atque ad robustum codicem.
ego faxo hospitium hoc leniter laudabitis.--
AGOR. Audin tu, patrue? dico, ne dictum neges: 1155
tuam mihi maiorem filiam despondeas.
HAN. Pactam rem habeto. AGOR. Spondesne igitur? HAN. Spondeo.
AGOR. Mi patrue, salve. nam nunc es plane meus.
nunc demum ego cum illa fabulabor libere.
nunc, patrue, si vis tuas videre filias, 1160
me sequere. HAN. Iamdudum equidem cupio, et te sequor.
[AGOR. Quid si eamus illis obviam? HAN. At ne intervias
praeterbitamus metuo. magne Iuppiter,
restitue certas mi ex incertis nunc opes.
AGOR. ~ Ego quidem meos amores mecum confido fore.] 1165
sed eccas video ipsas. HAN. Haecine meae sunt filiae?
quantae e quantillis iam sunt factae. AGOR. Scin quid est?
tragicae sunt: in calones sustolli solent.
[MIL. Opino hercle hodie, quod ego dixi per iocum,
id eventurum esse et severum et serium, 1170
ut haec inveniantur hodie esse huius filiae.
AGOR. Pol istuc quidem iam certum est. tu istos, Milphio,
abduce intro. nos hasce hic praestolabimur.]

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[degiovfe] - [2016-06-24 18:12:37]

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