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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxvi - 2

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2. Principio eius anni cum de litteris L. Marci referretur, res gestae magnificae senatui visae: titulus honoris, quod imperio non populi iussu, non ex auctoritate patrum dato 'propraetor senatui' scripserat, magnam partem hominum offendebat: rem mali exempli esse imperatores legi ab exercitibus et sollemne auspicandorum comitiorum in castra et provincias procul ab legibus magistratibusque ad militarem temeritatem transferri. et cum quidam referendum ad senatum censerent, melius visum differri eam consultationem donec proficiscerentur equites qui ab Marcio litteras attulerant. rescribi de frumento et vestimentis exercitus placuit eam utramque rem curae fore senatui; adscribi autem 'propraetori L. Marcio' non placuit, ne id ipsum quod consultationi reliquerant pro praeiudicato ferret. dimissis equitibus, de nulla re prius consules rettulerunt, omniumque in unum sententiae congruebant agendum cum tribunis plebis esse, primo quoque tempore ad plebem ferrent quem cum imperio mitti placeret in Hispaniam ad eum exercitum cui Cn. Scipio imperator praefuisset. ea res cum tribunis acta promulgataque est; sed aliud certamen occupaverat animos. C. Sempronius Blaesus die dicta Cn. Fulvium ob exercitum in Apulia amissum in contionibus vexabat, multos imperatores temeritate atque inscitia exercitum in locum praecipitem duxisse dictitans, neminem praeter Cn. Fulvium ante corrupisse omnibus vitiis legiones suas quam proderet. itaque vere dici posse prius eos perisse quam viderent hostem, nec ab Hannibale, sed ab imperatore suo victos esse. neminem cum suffragium ineat satis cernere cui imperium, cui exercitum permittat. quid interfuisse inter Ti. Sempronium <et Cn. Fulvium? Ti. Sempronium> cum ei servorum exercitus datus esset brevi effecisse disciplina atque imperio ut nemo eorum generis ac sanguinis sui memor in acie esset <sed> praesidio sociis, hostibus terrori essent; Cumas Beneventum aliasque urbes eos velut e faucibus Hannibalis ereptas populo Romano restituisse: Cn. Fulvium Quiritium Romanorum exercitum, honeste genitos, liberaliter educatos, servilibus vitiis imbuisse. ergo effecisse ut feroces et inquieti inter socios, ignavi et imbelles inter hostes essent, nec impetum modo Poenorum sed ne clamorem quidem sustinere possent. nec hercule mirum esse <cessisse> milites in acie cum primus omnium imperator fugeret: magis mirari se aliquos stantes cecidisse et non omnes comites Cn. Fulvi fuisse pavoris ac fugae. C. Flaminium, L. Paulum, L. Postumium, Cn. ac P. Scipiones cadere in acie maluisse quam deserere circumventos exercitus: Cn. Fulvium prope unum nuntium deleti exercitus Romam redisse. facinus indignum esse Cannensem exercitum quod ex acie fugerit in Siciliam deportatum ne prius inde dimittatur quam hostis ex Italia decesserit et hoc idem in Cn. Fulvi legionibus nuper decretum, Cn. Fulvio fugam ex proelio ipsius temeritate commisso impunitam esse et eum in ganea lustrisque ubi iuventam egerit senectutem acturum, milites qui nihil aliud peccaverint quam quod imperatoris similes fuerint relegatos prope in exsilium ignominiosam pati militiam; adeo imparem libertatem Romae diti ac pauperi, honorato atque inhonorato esse.

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[degiovfe] - [2010-07-02 13:10:09]

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