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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxii - 29

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29. Tum Fabius, primo clamore paventium audito, dein conspecta procul turbata acie, "ita est" inquit; "non celerius quam timui deprendit fortuna temeritatem. Fabio aequatus imperio Hannibalem et virtute et fortuna superiorem videt. Sed aliud iurgandi suscensendique tempus erit: nunc signa extra vallum proferte; victoriam hosti extorqueamus, confessionem erroris civibus". Iam magna ex parte caesis aliis, aliis circumspectantibus fugam, Fabiana se acies repente velut caelo demissa ad auxilium ostendit. Itaque priusquam ad coniectum teli veniret aut manum consereret, et suos a fuga effusa et ab nimis feroci pugna hostes continuit. Qui solutis ordinibus vage dissipati erant undique confugerunt ad integram aciem; qui plures simul terga dederant conversi in hostem volventesque orbem nunc sensim referre pedem, nunc conglobati restare. Ac iam prope una acies facta erat victi atque integri exercitus inferebantque signa in hostem, cum Poenus receptui cecinit, palam ferente Hannibale ab se Minucium, se ab Fabio victum. Ita per variam fortunam diei maiore parte exacta cum in castra reditum esset, Minucius convocatis militibus "saepe ego" inquit, "audivi, milites, eum primum esse virum qui ipse consulat quid in rem sit, secundum eum qui bene monenti oboediat; qui nec ipse consulere nec alteri parere sciat, eum extremi ingenii esse. Nobis quoniam prima animi ingeniique negata sors est, secundam ac mediam teneamus et, dum imperare discimus, parere prudenti in animum inducamus. Castra cum Fabio iungamus. Ad praetorium eius signa cum tulerimus, ubi ego eum parentem appellavero, quod beneficio eius erga nos ac maiestate eius dignum est, vos, milites, eos quorum vos modo arma dexterae texerunt patronos salutabitis, et, si nihil aliud, gratorum certe nobis animorum gloriam dies hic dederit."

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[degiovfe] - [2010-06-04 12:11:12]

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