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Gellio - Noctes Atticae - 20 - 6

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6 Quaesitum atque tractatum, utrum siet rectius dicere, "habeo curam vestri", an "vestrum".

1 Percontabar Apollinarem Sulpicium, cum eum Romae adulescentulus sectarer, qua ratione diceretur "habeo curam vestri" aut "misereor vestri" et iste casus "vestri" eo in loco quem videretur habere casum rectum. 2 Is hic mihi ita respondit: "Quaeris" inquit "ex me, quod mihi quoque est iamdiu in perpetua quaestione. Videtur enim non "vestri" oportere dici, sed "vestrum", sicuti Graeci locuntur: epimeloumai hymon, kedomai hymon, in quo loco hymon aptius "vestrum" dicitur quam "vestri" et habet casum nominandi, quem tu "rectum" appellasti, "vos". 3 Invenio tamen" inquit "non paucis in locis "nostri" atque "vestri" dictum, non "nostrum" aut "vestrum". L. Sulla rerum gestarum libro secundo:
"Quod si fieri potest, ut etiam nunc nostri vobis in mentem veniat, nosque magis dignos credatis, quibus civibus quam hostibus utamini quique pro vobis potius quam contra vos pugnemus, neque nostro neque maiorum nostrorum immerito nobis id continget." 4 Terentius in Phormione:
ita plerique ingenio sumus omnes, nostri nosmet paenitet. 5 Afranius in togata:
nescioqui nostri miseritust tandem deus. 6 Et Laberius in Necyomantia:
dum diutius detinetur, nostri oblitus est. 7 "Dubium porro" inquit "non est, quin eodem haec omnia casu dicantur: "nostri paenitet," "nostri oblitus est", "nostri misertus est", quo dicitur: "mei paenitet", "mei misertus est", "mei oblitus est". 8 "Mei" autem casus interrogandi est, quem "genetivum" grammatici vocant, et ab eo declinatur, quod est "ego"; huius deinde plurativum est "nos". ["Tui" aeque declinatur ab eo, quod est "tu"; huius itidem plurativum est "vos".] 9 Sic namque Plautus declinavit in Pseudolo in hisce versibus:
si ex te tacente fieri possem certior,
ere, quae miseriae te tam misere macerent,
duorum labori ego hominum parsissem lubens:
mei te rogandi et tis respondendi mihi.
"Mei" enim Plautus hoc in loco non ab eo dixit, quod est "meus", sed ab eo, quod est "ego". 10 Itaque si dicere velis "patrem mei" pro "patrem meum", quo Graeci modo ton patera mou dicunt, inusitate quidem, sed recte profecto eaque ratione dices, qua Plautus dixit "labori mei" pro "labori meo". 11 Haec autem ipsa ratio est in numero plurativo, qua Gracchus "misereri vestrum" dixit et qua M. Cicero "contentio vestrum" et "contentione nostrum" dixit quaque item ratione Quadrigarius in annali undevicesimo verba haec posuit: "C. Mari, ecquando te nostrum et reipublicae miserebitur!" Cur igitur Terentius "paenitet nostri", non "nostrum", et Afranius "nostri miseritus est", non "nostrum"? 12 Nihil hercle" inquit "mihi de ista re in mentem venit, nisi auctoritas quaedam vetustatis non nimis anxie neque superstitiose loquentis. Nam sicuti multifariam scriptum est "vestrorum" pro "vestrum", ut in Plauti Mostellaria in hoc versu:
verum illuc esse maxima pars vestrorum intellegit,
cum vellet "maxima pars" dicere "vestrum", ita nonnumquam "vestri" quoque dictum est pro "vestrum". 13 Sed procul dubio, qui rectissime loqui volet, "vestrum" potius dixerit quam "vestri". 14 Et idcirco inportunissime" inquit "fecerunt, qui in plerisque Sallusti exemplaribus scripturam istam sincerissimam corruperunt. Nam cum ita in Catilina scriptum esset: "Saepe maiores vestrum miseriti plebis Romanae", "vestrum" obleverunt et "vestri" superscripserunt. Ex quo in plures libros mendae istius indoles manavit." 15 Haec memini mihi Apollinarem dicere, eaque tunc ipsa, ita ut dicta fuerant, notavi.

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[degiovfe] - [2018-03-29 18:48:31]

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