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Gellio - Noctes Atticae - 18 - 13

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13 Quali talione Diogenes philosophus usus sit pertemptatus a dialectico quodam sophismatio inpudenti.

1 Saturnalibus Athenis alea quadam festiva et honesta lusitabamus huiuscemodi: 2 Ubi conveneramus complusculi eiusdem studii homines ad lavandi tempus, captiones, quae sophismata appellantur, mente agitabamus easque quasi talos aut tesserulas in medium vice sua quisque iaciebamus. 3 Captionis solutae aut parum intellectae praemium poenave erat nummus unus sestertius. 4 Hoc aere conlecto quasi manuario cenula curabatur omnibus, qui eum lusum luseramus. 5 Erant autem captiones ad hoc fere exemplum, tametsi Latina oratione non satis scite ac paene etiam inlepide exponuntur: "quod nix est, hoc grando non est; nix autem alba est: grando igitur alba non est". Item aliud non dissimile: "quod homo est, non est hoc equus; homo autem animal est: equus igitur animal non est". 6 Dicere ergo debebat, qui ad sophisma diluendum ac refellendum ritu aleatorio vocatus erat, in qua parte quoque in verbo captio foret, quid dari concedique non oporteret; nisi dixerat, nummo singulo multabatur. Ea multa cenam iuvabat. 7 Libet autem dicere, quam facete Diogenes sophisma id genus, quod supra dixi, a quodam dialectico ex Platonis diatriba per contumeliam propositum remuneratus sit. 8 Nam cum ita rogasset dialecticus: "quod ego sum, id tu non es?" et Diogenes adnuisset atque ille addidisset: "homo autem ego sum", cum id quoque adsensus esset et contra dialecticus ita conclusisset: "homo igitur tu non es", "hoc quidem", inquit Diogenes, "falsum est, et si verum id fieri vis, a me incipe".

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[degiovfe] - [2018-03-19 23:01:30]

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