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Gellio - Noctes Atticae - 18 - 4

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4 Quod Sulpicius Apollinaris praedicantem quendam a sese uno Sallustii historias intellegi inlusit quaestione proposita, quid verba ista apud Sallustium significarent: "incertum, stolidior an vanior".

1 Cum iam adulescentuli Romae praetextam et puerilem togam mutassemus magistrosque tunc nobis nosmet ipsi exploratiores quaereremus, in Sandaliario forte apud librarios fuimus, cum ibi in multorum hominum coetu Apollinaris Sulpicius, vir in memoria nostra praeter alios doctus, iactatorem quempiam et venditatorem Sallustianae lectionis inrisit inlusitque genere illo facetissimae dissimulationis, qua Socrates ad sophistas utebatur. 2 Nam cum ille se unum et unicum lectorem esse enarratoremque Sallustii diceret neque primam tantum cutem ac speciem sententiarum, sed sanguinem quoque ipsum ac medullam verborum eius eruere atque introspicere penitus praedicaret, tum Apollinaris amplecti venerarique se doctrinas illius dicens "per," inquit "magister optume, exoptatus mihi nunc venis cum sanguine et medulla Sallustii verborum. 3 Hesterno enim die quaerebatur ex me, quidnam verba haec eius in quarto historiarum libro de Cn. Lentulo scripta significent, de quo incertum fuisse ait, stolidiorne esset an vanior", eaque ipsa verba, uti sunt a Sallustio scripta, dixit: 4 "At Cn. Lentulus patriciae gentis, collega eius, cui cognomentum Clodiano fuit, perincertum stolidior an vanior, legem de pecunia, quam Sulla emptoribus bonorum remiserat, exigenda promulgavit." 5 Quaesitum ergo ex se Apollinaris neque id se dissolvere potuisse adseverabat, quid esset "vanior" et quid "stolidior", quoniam Sallustius sic ea separasse atque opposuisse inter se videretur, tamquam diversa ac dissimilia nec eiusdem utraque vitii forent, ac propterea petebat, uti se doceret significationes utriusque vocis et origines. 6 Tum ille rictu oris labearumque ductu contemni a se ostendens et rem, de qua quaereretur, et hominem ipsum, qui quaereret: "priscorum" inquit "et remotorum ego verborum medullas et sanguinem, sicuti dixi, perspicere et elicere soleo, non istorum, quae proculcata vulgo et protrita sunt. Ipso illo quippe Cn. Lentulo stolidior est et vanior, qui ignorat eiusdem stultitiae esse vanitatem et stoliditatem." 7 Sed ubi hoc dixit, media ipsa sermonum reliquit et abire coepit. 8 Nos deinde eum tenebamus urgebamusque, et cumprimis Apollinaris, ut de vocabulorum istorum vel differentia vel, si ei ita videretur, similitudine plenius apertiusque dissereret et, ut ne sibi invideret discere volenti, orabat. 9 Atque ille se iam plane inludi ratus negotium sibi esse causatur et digreditur. 10 Nos autem postea ex Apollinari didicimus "vanos" proprie dici, non ut vulgus diceret, desipientis aut hebetes aut ineptos, sed, ut veterum doctissimi dixissent, mendaces et infidos et levia inaniaque pro gravibus et veris astutissime componentes; "stolidos" autem vocari non tam stultos et excordes quam taetros et molestos et inlepidos, quos Graeci mochtherous et phortikous dicerent. 11 Etyma quoque harum vocum et origines scriptas esse dicebat in libris Nigidianis. Quas requisitas ego et repertas cum primarum significationum exemplis, ut commentariis harum noctium inferrem, notavi et intulisse iam me aliquo in loco commentationibus istis existimo.

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[degiovfe] - [2018-03-17 13:43:40]

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