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Gellio - Noctes Atticae - 18 - 3

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3 Quid Aeschines rhetor in oratione, qua Timarchum de inpudicitia accusavit, Lacedaemonios statuisse dixerit super sententia probatissima, quam inprobatissimus homo dixisset.

1 Aeschines, vel acerrimus prudentissimusque oratorum, qui apud contiones Atheniensium floruerunt, in oratione illa saeva criminosaque et virulenta, qua Timarchum de inpudicitia graviter insigniterque accusavit, nobile et inlustre consilium Lacedaemoniis dedisse dicit virum indidem civitatis eiusdem principem virtute atque aetate magna praeditum. 2 "Populus" inquit "Lacedaemonius de summa republica sua, quidnam esset utile et honestum, deliberabat. 3 Tum exsurgit sententiae dicendae gratia homo quispiam turpitudine pristinae vitae defamatissimus, sed lingua tunc atque facundia nimium quanto praestabilis. 4 Consilium, quod dabat quodque oportere fieri suadebat, acceptum ab universis et conplacitum est, futurumque erat ex eius sententia populi decretum. 5 Ibi unus ex illo principum ordine, quos Lacedaemonii aetatis dignitatisque maiestate tamquam arbitros et magistros disciplinae publicae verebantur, commoto irritatoque animo exsilit et "quaenam," inquit "Lacedaemonii, ratio aut quae tandem spes erit urbem hanc et hanc rempublicam salvam inexpugnabilemque esse diutius posse, si huiuscemodi anteactae vitae hominibus consiliariis utemur? quod si proba istaec et honesta sententia est, quaeso vos, non sinamus eandem dehonestari turpissimi auctoris contagio." 6 Atque ubi hoc dixit, elegit virum fortitudine atque iustitia praeter alios praestantem, sed inopi lingua et infacundum, iussitque eum consensu petituque omnium eandem illam sententiam diserti viri, cuimodi posset verbis, dicere, ut nulla prioris mentione habita scitum atque decretum populi ex eius unius nomine fieret, qui id ipsum denuo dixerat. 7 Atque ita, ut suaserat prudentissimus senex, factum est. 8 Sic bona sententia mansit, turpis auctor mutatus est."

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[degiovfe] - [2018-03-16 11:38:06]

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