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Gellio - Noctes Atticae - 17 - 10

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10 Quid de versibus Vergilii Favorinus existumarit, quibus in describenda flagrantia montis Aetnae Pindarum poetam secutus est; conlataque ab eo super eadem re utriusque carmina et diiudicata.

1 Favorinum philosophum, cum in hospitis sui Antiatem villam aestu anni concessisset nosque ad eum videndum Roma venissemus, memini super Pindaro poeta et Vergilio in hunc ferme modum disserere: 2 "Amici" inquit "familiaresque P. Vergilii in his, quae de ingenio moribusque eius memoriae tradiderunt, dicere eum solitum ferunt parere se versus more atque ritu ursino. 3 Namque ut illa bestia fetum ederet ineffigiatum informemque lambendoque id postea, quod ita edidisset, conformaret et fingeret, proinde ingenii quoque sui partus recentes rudi esse facie et inperfecta, sed deinceps tractando colendoque reddere iis se oris et vultus liniamenta. 4 Hoc virum iudicii subtilissimi ingenue atque vere dixisse res" inquit "indicium facit. 5 Nam quae reliquit perfecta expolitaque quibusque inposuit census atque dilectus sui supremam manum, omni poeticae venustatis laude florent; 6 sed quae procrastinata sunt ab eo, ut post recenserentur, et absolvi, quoniam mors praeverterat, nequiverunt, nequaquam poetarum elegantissimi nomine atque iudicio digna sunt. 7 Itaque cum morbo obpressus adventare mortem viderat, petivit oravitque a suis amicissimis inpense, ut Aeneida, quam nondum satis elimavisset, adolerent. 8 "In his autem," inquit "quae videntur retractari et corrigi debuisse, is maxime locus est, qui de monte Aetna factus est. Nam cum Pindari, veteris poetae, carmen, quod de natura atque flagrantia montis cius compositum est, aemulari vellet, eiusmodi sententias et verba molitus est, ut Pindaro quoque ipso, qui nimis opima pinguique esse facundia existimatus est, insolentior hoc quidem in loco tumidiorque sit. 9 Atque uti vosmet ipsos" inquit "eius, quod dico, arbitros faciam, carmen Pindari, quod est super monte Aetna, quantulum est mihi memoriae, dicam:
tas ereugontai men aplatou pyros hagnotatai
ek mychon pagai; potamoi d'hameraisin men procheonti rhoon kapnou
aithon';all'en orphnaisin petras
phoinissa kylindomena phlox es batheian pherei pontou plaka syn patagoi.
Keino d'Haphaistoio kronous herpeton
deinotatous anapemptei; teras men thaumasion prosidesthai,
thauma de kai pareonton akousai. 10 Audite nunc" inquit "Vergilii versus, quos inchoasse eum verius dixerim, quam fecisse:
portus ab accessu ventorum inmotus et ingens
ipse, sed horrificis iuxta tonat Aetna ruinis
interdumque atram prorumpit ad aethera nubem
turbine fumantem piceo et candente favilla
adtollitque globos flammarum et sidera lambit;
interdum scopulos avulsaque viscera montis
erigit eructans liquefactaque saxa sub auras
cum gemitu glomerat fundoque exaestuat imo. 11 Iam principio" inquit "Pindarus veritati magis obsecutus id dixit, quod res erat quodque istic usu veniebat quodque oculis videbatur, interdius fumare Aetnam, noctu flammigare; 12 Vergilius autem, dum in strepitu sonituque verborum conquirendo laborat, utrumque tempus nulla discretione facta confudit. 13 Atque ille Graecus quidem fontes imitus ignis eructari et fluere amnes fumi et flammarum fulva et tortuosa volumina in plagas maris ferre quasi quosdam igneos angues luculente dixit; 14 at hic noster "atram nubem turbine piceo et favilla fumantem" rhoon kapnou aithona interpretari volens crasse et inmodice congessit, 15 "globos" quoque "flammarum", quod ille Kronous dixerat, duriter et akyros transtulit. 16 Item quod ait "sidera lambit", vacanter hoc etiam" inquit "accumulavit et inaniter." 17 Neque non id quoque inenarrabile esse ait et propemodum insensibile, quod "nubem atram fumare" dixit "turbine piceo et favilla candente". 18 "Non enim fumare" inquit "solent neque atra esse, quae sunt candentia; nisi si "candenti" dixit pervulgate et inproprie pro ferventi favilla, non pro ignea et relucenti. Nam "candens" scilicet a candore dictum, non a calore. 19 Quod saxa autem et "scopulos eructari et erigi" eosdemque ipsos statim "liquefieri et gemere" atque "glomerari sub auras" dixit, hoc" inquit "nec a Pindaro scriptum nec umquam fando auditum et omnium, quae monstra dicuntur, monstruosissimum est."

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[degiovfe] - [2018-03-14 12:23:05]

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